Yeah, I’m on this bus on a psychedelic tripI’m reading murder books, tryin’ to stay hipAnd I’m thinkin’ of you, you’re out there
eyes without a face

Yeah, I’m on this bus on a psychedelic tripI’m reading murder books, tryin’ to stay hipAnd I’m thinkin’ of you, you’re out there
eyes without a face


Cause I’ve been changing my mind. Ci sono cose che ricordiamo per sempre e altre che dimentichiamo in un attimo. Non c’è certezza, naturalmente, in merito al meccanismo che il nostro cervello usa, ed esistono due scuole di pensiero su cosa si ricordi di più: l’una dice le cose peggiori, perché l’istinto di conservazione della specie tende a proteggerci e a farci ricordare che l’acqua bollente scotta, l’altra dice le cose più belle, perché ci rendono più felici e ci fanno resistere meglio quando incontriamo difficoltà. L’idea che siano i ricordi di episodi negativi a svanire per primi, contrariamente a quanto si pensa, è stata proposta già nel 1930: dopo una ricerca a campione, un gruppo di ricercatori pubblicò dati che parlavano di un 60 per cento di brutti ricordi scomparsi, contro un 40 per cento di cose belle dimenticate. Questi studi vennero riproposti negli anni Settanta, in modo più rigoroso (si propose ai partecipanti di tenere un diario e di scrivere delle emozioni più intense e dei ricordi che lasciavano, per un periodo più lungo); il campo di studio si estese poi a eventi casuali e si coinvolsero culture diverse da quella americana che era stata la base di riferimento per le prime ricerche, analizzando dieci nazioni, dalla Nuova Zelanda alla Germania al Ghana. Per farla breve, i risultati dei primi studi vennero confermati: i brutti ricordi sembrano per davvero andarsene più velocemente, e secondo i ricercatori questo ci aiuta a elaborare le emozioni e gli eventi negativi, e ad adattarci al cambiamento mantenendo viva la speranza di un domani migliore. C’è un gruppo di soggetti però, donne e uomini, che fa fatica a dimenticare: sono quelli in cui vengono riscontrati stati di depressione, e proprio questo potrebbe spiegare come mai chi ne soffre tende ad avvitarsi in una spirale che porta a vedere ogni giorno che passa come peggiore di quello precedente, anche se non è così. È per questo che uno dei metodi di sostegno, spesso di ausilio a una terapia, è quello di creare una mappa mentale dei ricordi belli, un percorso attraverso il quale si cerca di richiamare ogni giorno una sensazione positiva che chi sta male ha per davvero vissuto, e che lo fa sentire meglio, di settimana in settimana. Certi giorni sono sempre più difficili di altri; altri giorni diventano improvvisamente belli.

I bought you drinks, I brought you flowers
I read you books and talked for hours
Every day, so many drinks
Such pretty flowers, so tell me
At night, the people come and go
They talk too fast, and walk too slow
Chasing time from hour to hour
I pour the drinks and crush the flowers

Una volta l’anno è il 5 novembre. Il vento non soffia più; non così forte come negli anni passati, si è trasformato in una brezza di ricordi che accompagna la sera solo a volte. Di tanto in tanto, dove vivo, dopo il vento feroce e gelido, il sole splende basso sull’orizzonte nella mattina d’inverno: il cielo è così chiaro e pulito che, per qualche ora, lo sguardo può arrivare fino all’altra sponda occidentale di un mare italiano, e fino alle montagne. Fino alle Alpi. Non vivono a lungo, questi colori: poi il sole scalda la terra, sfuoca la lontananza, ma per quelle poche ore li ammiri tutti. Vedi molto lontano. Prima settimana di novembre: un anniversario. Primo giovedì di novembre, molti anni fa: un anniversario ancora più importante, quello di una serata conclusa dalla crema al whisky sull’orologio. Che serata meravigliosa. In realtà, non c’è più nessun anniversario; da tanto tempo sto scrivendo nuove storie in una vita diversa fatta di cose che non avrei immaginato di fare. ‘Ricorda ricorda il cinque di novembre’: suona anche divertente, la filastrocca, come una coincidenza, e non lo dimenticherò mai. Le immagini rimarranno con me per sempre. Ma è presente, e assente, allo stesso tempo: l’essenza della presenza in quelle immagini è l’assenza; Roland Barthes ancora una volta, per oggi. Filosofi e amore.
“Il Web è nuovo e la nostra risposta a esso non è ancora sclerotizzata, è questo che costituisce gran parte del suo fascino: è qualcosa di non ancora pienamente formato, è in crescita, è larvale, non è più quello di sei mesi fa e in sei mesi sarà una cosa diversa, non è pianificato, è semplicemente successo, sta succedendo, sta accadendo come è successo con le città, è una città, negli ultimi giorni della televisione di legno Era “, i futuristi della Sunday Column annunciarono l’avvento della” società del tempo libero “: la tecnologia dovrebbe presto lasciare sempre meno cose da fare, dal punto di vista di Marx di” gestione delle leve di produzione “. sarebbe quello di riempire i nostri giorni con attività significative – sani, soddisfacenti. Come è successo ai futuristi di un’epoca passata, troviamo difficile ora capire da dove è venuta questa visione. In ogni caso, il nostro mondo reale non offre alcun surplus di “tempo libero”. Il mondo stesso è diventato sospetto, strano e vagamente malinconico come la valigia deformata in uno showroom Ralph Lauren. Solo persone molto anziane o persone economicamente svantaggiate (purché non siano incatenate alle scadenze delle dipendenze più pesanti, nel loro stesso contesto) hanno una buona quantità di “tempo libero” da godere. Essere “persone di successo”, a quanto pare, significa avere “qualcosa da fare” cronicamente. Ora che le nuove tecnologie scoprono e collegano ogni singola nicchia nella rete di comunicazione globale, ci troviamo con sempre meno scuse per … esplodere. E questo, direi, è ciò che il World Wide Web ci offre, la prova del concetto di ciò che sarà, in ogni caso. Il metodo dominante della comunicazione globale. Oggi, nel suo comportamento goffo, larvale, curiosamente innocente, ci offre un modo di goderci il nostro tempo, di navigare senza destinazione, di immaginare un numero infinito di vite, altre persone dall’altra parte dei molti osservatori appartenenti ai meta- paese, luogo post-geografico che sempre più definiamo ‘casa’. Il tutto si evolverà molto probabilmente in qualcosa di molto meno casuale, e meno divertente – abbiamo una vocazione a farlo – ma allo stesso tempo, nella sua fase gloriosamente caotica di universo di cartoline televisive che mostra il Villaggio Globale, navigare nel Web è il sogno di un procrastinatore. E le persone che ti vedono mentre lo fai potrebbero persino pensare che stai lavorando. ”
[From ‘The Net Is a Waste of Time’. Written fifteen years ago by William Gibson (http://www.williamgibsonbooks.com), for the ‘New York Times Magazine’. Translation to English (from an English to Italian translation) is mine. I take all the responsibility and blame.]
“The Web is new, and our answer to it is not yet sclerotized. That’s what constitutes a great part of the appeal. It is something not yet fully formed, it’s growing, it’s larval. It is no longer what it was six months ago; in six months, it will be something else one more time. It’s not planned; it simply happened, it is happening. It is happening as it happened with the cities. It is a city. In the last days of the ‘wooden television Era’, Futurists of the Sunday Column announced the coming of the ‘free time society’. Technology should be soon leaving less and less things to do, from the Marx point of view of ‘operating the production levers’. The challenge, then, would be to fill our days with significant activities – healthy, satisfying ones.
As happened to Futurists of a past Era, we find difficult now to understand from where this vision came. In any case, our real world doesn’t offer any surplus of ‘free time’. The world itself has become suspicious, strange and vaguely melancholic as the deformed suitcase in a Ralph Lauren showroom. Only very old people or people economically disadvantaged (providing they are not chained to the deadlines of the heaviest addictions, in their very own context) have quite a good amount of ‘free time’ to enjoy.
Being ‘success people’, apparently, means to chronically have ‘something to do’. Now that new technologies discover and connect every single recess in the Global Communication Network, we find ourselves with less and less excuses to … burst out.
And this, I would say, is what the World Wide Web offers us, proof of concept of what it will be, in each and every case. The ruling method of Global Communication. Today, in its clumsy, larval, curiously innocent behavior, it offers us a way to enjoy our time, to navigate without destination, to imagine an infinite number of lives, other people at the other side of the many monitors belonging to the meta-country, post-geographic place that more and more we nevertheless define ‘home’.
The whole thing will evolve most probably in something much less casual, and less funny – we have a vocation to do this – but at the same time, in its gloriously chaotic phase of television postcards universe showing the Global Village, to navigate the Web is the dream of a procrastinator.
And people that sees you while you do it may even think that you are working.”