Niente può toglierti i desideri, o cancellare i sogni. Oggi desidero essere a casa. Nel mio cuore, la casa non è il luogo in cui sono nato. Amo Trieste, sono felice di viverci; vivere qui non è più vivere a casa. Non è il posto dove desidero essere ora. La casa è Marino. La casa è Dublino. La casa è la cena con Joe e Ann, la casa è dove sto parlando con Ciaran, il Trinity, al pub. La casa è il vento tra i capelli e nei miei occhi. La casa è il ponte e il castello e il Dart, la casa è camminare mano nella mano, giù sul lato del Liffey. La casa è la vigilia del nuovo anno, insieme, sul tappeto blu, accanto all’albero. La casa è lì, per me; lo sarà sempre. La casa è il 1999; oggi voglio tornare a casa.
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volare nel sole e un ricordo di Siviglia
Rodolfo era in ritardo, un problema di lavoro; mi ero divertito, quindi, a starmene seduto fuori dall’aeroporto, vicino al parcheggio, a guardare le persone. Non aveva intenzione di farsi aspettare troppo, comunque: mi aveva parlato al telefono di un appuntamento per entrambi alle sei e mezza. Arrivò di corsa, con l’auto più piccola dell’azienda, e in un attimo eravamo in autostrada. Appena salito in auto mi aveva detto: “Sei appena atterrato e volerai di nuovo entro mezz’ora”; non avevo capito cosa avesse voluto dire. Arrivammo con l’auto a una traversa che conduceva a uno sterrato; la pianura era vasta. L’Andalusia ha un territorio molto esteso, e da quella strada di periferia non si vedevano né la montagna né il mare; all’orizzonte, solo una forma vaga e distante, un tratteggio di quelle che erano le alture verso Granada. La terra era priva di alberi; c’erano solo una fattoria lontana circondata dagli ulivi, e il sole. L’aerodromo, perché queste erano le costruzioni che componevano il complesso di fronte a noi, aveva una zona riservata al corso di formazione tecnica, con sedie all’aperto, molto bella; vicino, c’erano un piccolo ufficio e tre hangar, abbastanza grandi da ospitare quattro o cinque aeroplani leggeri all’interno. Gli aerei leggeri possono essere spostati con le mani: è sufficiente sollevare il carrello anteriore spingendo sui piani di coda, e si tira facilmente l’aereo verso di sé. Ci sono molti aerei leggeri o ultraleggeri sul mercato, pensati e costruiti in modo da assomigliare agli aerei da turismo commerciali di categoria superiore. Emilio, l’istruttore – e il proprietario dell’aerodromo – aveva investito un milione di euro per costruire tutto, compresa la pista d’asfalto lunga 500 metri. Non male. E una piccola torre, per segnalazioni d’emergenza. Emilio rappresentava l’azienda Tecnam in Andalusia; Tecnam è un’azienda italiana con grande esperienza, leader nel settore dei velivoli ultraleggeri. Emilio possedeva un Tecnam p2002 Sierra; era quello l’aereo blu e giallo che ci aspettava sulla pista.
Inizialmente non capivo bene cosa sarebbe successo. O non ci credevo. Quindi ero come al solito silenzioso e concentrato. Rodolfo pensava che non mi stessi divertendo. Al contrario, ero semplicemente senza parole, quindi… non stavo parlando. Logica deduzione. Emilio e Rodolfo mi spiegarono come salire ed entrare nell’abitacolo (non puoi calpestare l’ala, ci sono solo pochi posti in cui puoi mettere il piedi e sul resto delle superfici ci sono gli adesivi ‘non calpestare’). Poi, una volta dentro, Emilio, che era salito dall’altro lato, spiegò ancora, rapidamente, la disposizione degli strumenti. Su quel p2002 Sierra avevamo tutto: orizzonte artificiale, bussola, navigatore, radio multibanda, non mancava nulla. Sarebbe stato come volare su un aereo più grande. Indossate le cuffie per parlare con il copilota e via radio fino alla torre di controllo di Siviglia, eravamo pronti. L’aeroporto di Siviglia ti fornisce tutte le informazioni necessarie, traffico aereo e meteo, e ti tiene d’occhio, mica sei un pilota in fondo. Il p2002 Sierra ha due controlli gemelli abbinati e gli istruttori ti seguono sempre, in ogni manovra, e prendono il comando quando necessario.
E poi, vai. Sierra decolla a 80-90 chilometri l’ora, non era stato facile mantenerlo dritto durante il mio primo giro. Ero in aria, e improvvisamente tutto era facile: sembrava un gioco ma sapevo che era tutto vero. Con il bel tempo e le condizioni di luce, un Sierra come quello è così facile da controllare; se non c’è vento, e in quel giorno non c’era, basta capire e impostare il beccheggio, e la forma e la geometria delle ali mantiene l’aereo livellato senza ulteriori azioni, non devi fare nulla. Se si toccano i comandi, l’aereo si tuffa o si arrampica leggermente, o si piega a sinistra o a destra, è sufficiente una piccola spinta gentile. Saliti a 300 metri, prima, e poi a 500, Emilio mi aveva affidato l’aereo completamente, dandomi le indicazioni per raggiungere la fortezza romana, a dieci minuti a est dall’aerodromo. Sopra la fortezza facemmo due giri completi: il paesaggio, sotto la luce rossa del sole che stava tramontando, lasciava senza fiato. Poi tornai verso la pista, controllando la direzione sulla bussola; sopra l’aerodromo, Emilio prese i comandi e portò l’aereo verso terra in due semicerchi. Siviglia ci avvisava di un Super80 che si avvicinava molto più in alto; potevamo vedere tutto sotto di noi, ma non avevo paura, il Sierra rispondeva perfettamente ai comandi. Sentivo la gravità sul mio stomaco, anche se stavamo volando solo a 130 all’ora: stavo guardando il mondo a testa in giù. Meraviglioso.
Emilio si occupò dell’atterraggio. È molto facile commettere errori se non si ha esperienza sufficiente, si può venir giù pesanti e rimbalzare o mettere il naso troppo in basso e si rompe tutto. Anche senza rischi, sarebbe stato un peccato: un Sierra usato costa circa 60mila euro. Emilio (non parlava l’inglese bene, ma ci si capiva) mi disse che avevo pilotato bene, ma che all’inizio ero stato troppo rigido e nervoso; una volta passata l’emozione, tutto era andato meglio. Dopo il mio giro, toccava a Rodolfo per un volo più lungo, lui stava già praticando il decollo e l’atterraggio per ottenere la licenza. Poi aiutammo Emilio a riporre il Sierra nell’hangar e ci separammo, camminando verso l’auto per tornare a Siviglia. “Tapas” insieme e un buon bicchiere di vino. Per un pò, non parlai; poi l’abbracciai. Un vero amico. Non se lo aspettava; gli dissi che volare su un aereo con le mani sui controlli e l’azzurro davanti a me era stato un sogno di bambino, e che ero sempre stato sicuro che non sarebbe mai diventato realtà. Era contento; stava vedendo ora la felicità nei miei occhi. La stessa felicità che stavo provando per aver deciso di andare a Siviglia nonostante tutto il resto. Lasciando casa avevo avuto la sensazione che sarebbe stato grandioso, e non sapevo perché; avevo seguito di nuovo l’istinto. Porto sempre i miei sogni con me, nel mio cuore. Quando sono sicuro che qualcosa non può più accadere perché è tardi, perché non c’è tempo, perché non può essere, perché perché – quando sono sicuro che non possa più accadere, improvvisamente accade. Non sarà sempre così, ma lo è stato molte volte. Vedo il cielo di Siviglia, se chiudo gli occhi e ripenso a quel giorno; sono ancora lì, a volare sotto nel sole, le case bianche e la terra rossa. Sono libero. E sono felice.
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Erase and rewind
Cause I’ve been changing my mind. Ci sono cose che ricordiamo per sempre e altre che dimentichiamo in un attimo. Non c’è certezza, naturalmente, in merito al meccanismo che il nostro cervello usa, ed esistono due scuole di pensiero su cosa si ricordi di più: l’una dice le cose peggiori, perché l’istinto di conservazione della specie tende a proteggerci e a farci ricordare che l’acqua bollente scotta, l’altra dice le cose più belle, perché ci rendono più felici e ci fanno resistere meglio quando incontriamo difficoltà. L’idea che siano i ricordi di episodi negativi a svanire per primi, contrariamente a quanto si pensa, è stata proposta già nel 1930: dopo una ricerca a campione, un gruppo di ricercatori pubblicò dati che parlavano di un 60 per cento di brutti ricordi scomparsi, contro un 40 per cento di cose belle dimenticate. Questi studi vennero riproposti negli anni Settanta, in modo più rigoroso (si propose ai partecipanti di tenere un diario e di scrivere delle emozioni più intense e dei ricordi che lasciavano, per un periodo più lungo); il campo di studio si estese poi a eventi casuali e si coinvolsero culture diverse da quella americana che era stata la base di riferimento per le prime ricerche, analizzando dieci nazioni, dalla Nuova Zelanda alla Germania al Ghana. Per farla breve, i risultati dei primi studi vennero confermati: i brutti ricordi sembrano per davvero andarsene più velocemente, e secondo i ricercatori questo ci aiuta a elaborare le emozioni e gli eventi negativi, e ad adattarci al cambiamento mantenendo viva la speranza di un domani migliore. C’è un gruppo di soggetti però, donne e uomini, che fa fatica a dimenticare: sono quelli in cui vengono riscontrati stati di depressione, e proprio questo potrebbe spiegare come mai chi ne soffre tende ad avvitarsi in una spirale che porta a vedere ogni giorno che passa come peggiore di quello precedente, anche se non è così. È per questo che uno dei metodi di sostegno, spesso di ausilio a una terapia, è quello di creare una mappa mentale dei ricordi belli, un percorso attraverso il quale si cerca di richiamare ogni giorno una sensazione positiva che chi sta male ha per davvero vissuto, e che lo fa sentire meglio, di settimana in settimana. Certi giorni sono sempre più difficili di altri; altri giorni diventano improvvisamente belli.
