Categoria: graffiti

  • Sulla lettura della fotografia. Iconemi che non ci sono

    Sulla lettura della fotografia. Iconemi che non ci sono

    “Roberto ci mostra un elemento d’arredamento domestico sottratto alla sua natura primaria, calandolo nel contesto della vita d’ogni giorno di un quartiere popolare. La foto è ben composta, gli elementi sono distribuiti quasi in una sezione aurea invertita; lo stacco cromatico è volutamente molto forte, ricercato, e l’angolo del muro finisce così per suddividere ulteriormente l’immagine in nuovi quattro quadranti, e in quello più in alto si percepisce chiaramente la volontà dell’autore di guardare più in là. I colori infatti, da destra a sinistra, passano dal cupo al brillante, ed è come se la figura sacra, appena visibile nell’immagine, finisse per illuminare delle tonalità del sole quel frammento di paesaggio urbano sul quale la credenza, custode di chissà quante e quali storie, ora riposa, come quella scritta appena accennata sul muro fa intuire”.

    Nota iniziale: questa mia è una foto scattata per caso passando e, sì, qualcosa volevo raccontare: la fantasia di quelli che scelgono di lasciare i rifiuti ingombrati in strada anziché portarli in deposito (ne ho una serie intera: l’angolo, l’ingresso che porta al grande cortile del caseggiato dove viveva mia madre). Chi lascia il cammino della fotografia fatta per piacere personale (pari dignità ha quella che facciamo per lavoro) tende a prendersi spesso troppo sul serio, e a prendere la fotografia stessa troppo sul serio. In questi anni d’esperienza ho visto più fotografi dimenticarsi di sorridere, finendo per adottare un approccio, nei confronti dell’immagine fotografica, privo d’emozione. Finendo per diventare dei meccanici che si sforzano a tutti i costi di trovare una spiegazione, di imporre regole a qualcosa che nasce senza regole, e se sottoposto a regole forzate diventa artificio. Il valore del pensiero di Roland Barthes è indubbio ma: dobbiamo per forza dedicare ore e ore del nostro tempo a cercare di leggere, in una foto, qualcosa che quasi sicuramente non c’è? Che bisogno abbiamo di applicare una narrativa di qualche tipo a una fotografia urbana, che, in particolare quando è scattata per passione, è frutto di soggettività e spessissimo del caso, e se non lo è non meriterebbe di essere definita fotografia urbana ma teatro di posa? Quale necessità abbiamo di vestire i panni del critico fotografico, se non troppo spesso una sorta di vissuto senso d’inferiorità (ma inferiorità nei confronti di chi o di che cosa)? Non ho risposte, e non le cerco.

    Nota finale: la parola “iconema”, nel dizionario italiano, trova corrispondenza principale in cinematrografia e meno in altro, e viene definita come “sequenza minima possibile che sia dotata di significato”. L’iconema è un qualcosa su cui noi costruiamo la nostra immagine: può essere anche un cestino di frutta. Non è un significante di un luogo geografico.

  • frutti amari. I will gather no more of yours

    frutti amari. I will gather no more of yours

    And my children are hungry to taste the sweet life.
    Though my eyes have grown tired, their desire keeps me alive.
    I will gather no more of your bitter fruit.

    I don’t look east I don’t look west. I don’t understand their accent.
    If it’s not soldiers it’s foreign debt.
    I will gather no more of your bitter fruit.

    And they want to help in America. And the guns they come from America.
    But they fight against us North America.
    Why are the people so quiet in America?

    [Steven Van Zandt, 1987 per Little Steven]

  • stato della nazione. This war and us

    stato della nazione. This war and us

    I see them marching off to war. They’re looking so heroic.
    I’m told they won’t be gone for long, but that’s a lie and they know it.
    Ten thousand gone they won’t return, never to be seen again.
    Strategic games is all we learn in the end, but they say:

    Don’t you worry about the situation (a message from the telephone).
    They out there fighting for the state of the nation (I’m waiting a chance to come home).
    They always have to fight the alienation (I realize I’m fighting alone).

    When nightmares memories fades to dust, we’ll get back on our feet again.
    This war has nothing to do with us, but somehow we’re still involved in it.
    Well.
    Don’t you worry about the situation (a message from the telephone).
    They out there fighting for the state of the nation (I’m waiting a chance to come home).
    They always have to fight the alienation (I realize I’m fighting alone).

    There’s no place like home.

    [Industry, 1984]

  • ritratto. Wouldn’t it be good

    ritratto. Wouldn’t it be good

    We got the pleasure in the right way. Il ritratto è da sempre un modo di raccontare una persona, di parlare di lei o di lui senza che le parole siano necessarie. Attraverso la storia, il ritratto è stato molte cose: una maniera per rappresentare con semplicità un viso, uno strumento per descrivere un contesto, un omaggio a una figura potente o a un dio. Nella società dell’immagine, quella di oggi, si è evoluto fino a diventare prima fonte d’ispirazione, poi astratto e poi, con l’intelligenza artificiale, persino irreale nella sua inequivocabile realtà. Chiunque sia il soggetto, il ritratto cerca di rivelare la sua espressione più intima, di catturare l’emozione di un momento che altrimenti verrebbe per sempre persa. La fotografia, peraltro, e quella digitale incredibilmente molto di più di quella stampata su carta, si perde per sempre in un attimo. Attraverso il ritratto, il soggetto rivela la sua natura all’artista, si mette a nudo o viene messo a nudo come più maestri fotografi, e meno pittori, hanno detto?

    Il ritratto rivela la personalità di chi sta di fronte all’obiettivo? Niente potrebbe essere meno sicuro e anzi, e meglio: niente potrebbe essere più falso. In effetti, che cosa c’è di più semplice del nascondere la propria identità dietro una maschera o un personaggio, come si fa con il viso ammantato di trucco sul palcoscenico di un teatro? Il viso è la parte più in mostra del nostro corpo, eppure rimane, attraverso la storia, la più misteriosa, quella che più si presta al racconto e al romanzo, al sacrificio, all’amore e all’inganno. Specchio dei sentimenti, o corazza dell’animo. La tecnica e l’intuizione creativa permettono a un bravo fotografo ritrattista di usare le espressioni per inventare le emozioni, eppure allo stesso modo si può essere capaci di intravedere e catturare la spontaneità. Inutile perdersi qui a dire che bisogna essere capaci, come fotografi, di capire la fisicità del soggetto nel suo complesso, di trovarsi in sintonia con il suo modo di essere e di esprimersi, di capirne lo stato d’animo; inutile parlare di luci, fondali e colori, questo non è un blog sul quale si insegna la fotografia. Al massimo se ne può scrivere di getto, lasciando alle foto il ruolo di protagonista. Vanità. Day by day by day by day: è più facile capire la verità e la vita, se si pensa che siano un gioco.

  • occasioni uniche. Identità di genere

    occasioni uniche. Identità di genere

    Il tema è talmente sensibile da essere, oggi, più infiammabile, e spesso tossico, del propellente avio. Avvicinarsi a un’opinione sul binario o non binario che non sia essa stessa binaria (sì/no), ed esprimerla pubblicamente, può voler dire rischiare l’ostracismo o ritrovarsi appiccicata addosso per sempre l’etichetta di ‘boomer’. Essere ‘fluido’ vuol dire non essere né sessualmente uomo, né donna (biologicamente, con buona pace di chiunque, l’appartenenza a un genere ben preciso alla nascita non si può negare); essere fluido vuol dire sentirsi sia uomo che donna, identificarsi in entrambi, ma siccome questo è impossibile, sempre per le note difficoltà biologiche, vuol dire provare attrazione sessuale ma soprattutto, penso che questo sia più importante, impulso emotivo (innamoramento? Amore?) indifferentemente per una donna o per un uomo. Un fenomeno sempre più diffuso in Italia; già molti anni fa ho partecipato, con piacere e anche con una punta d’orgoglio, con le mie fotografie a più di un progetto sull’omosessualità. Nella sessione fotografica e video conclusiva di un progetto musicale proprio su questo tema, tutto si è concluso con un coming out, ed è stato un bel momento. Ho amici omosessuali, donne e uomini, di diverse età; purtroppo li incontro poco, questo però accade perché il tempo ti distanzia e per nessun altro motivo.

    Il tutto, altrimenti mi dilungo troppo, per dire che è proprio per questo che non credo nella fluidità di genere. Temo che il business alle sue spalle sia talmente grande, e talmente influente, da mettere a rischio, presentando loro modelli e mode, molti adolescenti. Se un ragazzo o una ragazza adolescente si sente oggi, in Italia, confusa o confuso, non è certamente da solo: i modelli della mia ‘Generazione X’ sono completamente caduti e la generazione che ha seguito la mia è stata in grado di proporre, pur nel timore dell’Aids, la libertà sessuale totale e assoluta (in termini di individualità e di ricerca di godimento nel rapporto sessuale con l’esclusione a priori dell’idea dei figli, iperbolicamente scrivendo) ma non di identificare modelli sociali nuovi che potessero prendere il posto di quelli cancellati. I nativi digitali sono quindi oggi da soli a cercare sé stessi: moltissimi adolescenti mettono in dubbio la loro appartenenza a un genere sessuale, sia maschi che femmine, e dicono di non capire se si sentono uomini, donne, tutti e due, nessuno o qualcosa. Alcune nazioni, anche se oltre al business c’è anche la politica a dire la sua, accettano meglio di altre le differenze di genere, l’Italia non è in una posizione altissima della classifica e oggi presumibilmente lo è meno di prima, più per troppa vicinanza al centro cattolico che per timori derivanti da derive a destra. Per un adolescente, poter dire di sentirsi per davvero appartenente a un genere, in un 2022 in cui certo il modello maschile non è più John Rambo né quello femminile è Sharon Stone, è complesso, in particolare se gli interessi, le attitudini e la vita sociale non coincidono più con le aspettative della società stessa nei confronti del genere di appartenenza alla nascita, di cui si parlava all’inizio. La pubertà è il periodo indubbiamente più difficile ed è per questo che una confusione e un desiderio di fluidità, e la possibilità che ci sia vero amore, e vera attrazione sessuale, nei confronti dell’amico o dell’amica più cara è tutto fuorché strano, è qualsiasi cosa tranne che contro natura e non ci sono di mezzo nessuna malattia e nessun problema mentale. Il corpo cambia; la vita cambia. Questi cambiamenti vanno per forza descritti, è proprio necessario incasellarli in un: sono gay, sono lesbica, sono bisessuale, sono polisessuale o pansessuale o asessuale? Io non credo. Trovo ridicoli gli acronimi (anche le Quote Rosa, a dire il vero). In fin dei conti non credo neppure che, nella vita adulta, l’identità di genere e l’orientamento sessuale possano essere per davvero considerate, e manifestate, in modo separato. O che cambino, adolescenza alle spalle, con il tempo: ecco, questo è importante. Se, ed è una certezza, la discriminazione di qualsiasi natura può significare la perdita d’autostima e un pozzo di tristezza, di disperazione per una ragazza o un ragazzo, la depressione e l’isolamento dagli altri, forzarlo verso la fluidità, magari spingerlo in un modo o nell’altro e anche indirettamente verso le terapie ormonali anche perché esistono vie parallele che permettono di mettersi in mostra (Onlyfans: e cosa desideriamo, noi, più di ogni altra cosa se non l’autoaffermazione?) – terapie oggi reversibili ma mai del tutto, può provocare la stessa situazione, che peggiora con il passare degli anni. Gli anni Settanta hanno sdoganato la pornografia: c’era bisogno di fare del business, un mercato di grandissimo potenziale andava riempito, e tutti i peli del corpo scomparvero, rovinavano le riprese, soprattutto in primissimo piano. L’eiaculazione dev’essere pulita, con tutti i dettagli. Gli anni Venti del duemila stanno sdoganando la fluidità di genere: c’è un nuovo mercato, forse di potenziale ancora più grande, da riempire con abbigliamento, colori e giochi, e il sogno erotico non è più l’illegale Lolita ma il transessuale o, ancora meglio, la (il?) Sissy e si scopre che lo è anche per molte donne. Siamo ben oltre l’accettazione, che finalmente è arrivata, della naturalezza dell’omosessualità. Questo nuovo mercato fluido lo guardo con inquietudine.

  • secondo sesso potere primo

    secondo sesso potere primo

    Nel “Secondo sesso” (1949), una delle sue pubblicazioni più note che si riassume in mille pagine di critica in due volumi alla società patriarcale, Simone de Beauvoir analizza la situazione delle donne (del tempo). Il libro è la pietra su cui il femminismo moderno (ma dell’epoca) fonda la sua chiesa. Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de Beauvoir è un filosofo (maschile voluto) esistenzialista, figlia di un’agiata famiglia parigina (padre avvocato con aspirazioni d’attore, madre nata da un ricco banchiere); la famiglia, dopo il primo conflitto mondiale, perde gran parte della sua fortuna ma ne resta a sufficienza da permettere a Simone di studiare alla Sorbona e di fare l’intellettuale. Beauvoir, che avrà una vita talmente ricca di relazioni aperte e di amanti di ambo i sessi al punto da mettere in ombra il suo indubbio spessore accademico e il suo forte e risoluto impegno politico, sarà poi compagna per cinquant’anni, ma libera e senza figli, di Jean-Paul Sartre. Dirà e scriverà con convinzione che donne non si nasce, ma si diventa, e che il genere è un costrutto sociale e non un’identità biologica.

    Nel “Secondo sesso” Beauvoir parla della Bibbia e della mitologia, sostenendo che le donne fossero etichettate come “altri”, considerate inferiori agli uomini e rappresentate come la parte colpevole o debole del creato. Secondo Beauvoir, è stato l’uomo a definire la donna come il lato inferiore della medaglia dell’umanità e a privarla del diritto a ricoprire ruoli di responsabilità. Nel suo altro libro, il “Manifesto” (1971) scriverà: “Avrò un figlio se ne vorrò uno, senza pressioni morali, istituzionali o economiche che mi obblighino a una scelta”. Dirà anche: “Il punto per le donne non è semplicemente togliere il potere dalle mani degli uomini, perché questo non farebbe cambiare niente nel mondo. È quella nozione di potere che va distrutta”. Suella Braverman, Olena Zelenska, Sanna Marin, Elizabeth Truss, Zuzana Caputova, Katerina Sakellaropoulou, Kersti Kaljulaid, Magdalena Andersson, Ingrida Simonyte, Katalin Novak, Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Mette Frederiksen, Elisabeth Borne, Salome Zurabishvili, Katrin Jakobsdottir, Vjosa Osmani, Maia Sandu, Natalia Gavrilita, Ana Brnabic, Nicola Sturgeon. Giorgia Meloni.

  • why the it nella vita di ieri e di oggi

    why the it nella vita di ieri e di oggi

    Dodici anni fa, nel 2010, scrivevo sul blog di star vedendo ogni giorno più persone unirsi alla comunità di Internet; notavo in particolare che una gran parte di esse non apparteneva più alla famiglia degli specialisti del computer o dei nerd, si trattava invece di persone che usano un computer così come mia madre usava allora il telefono o il televisore. Oggi come dodici anni fa definirò l’Information Technology – la tecnologia dell’informazione – come la capacità di mettere insieme le cose, applicare un’idea (aggiungendoci anche un po’ di intelligenza) e rendere il sistema risultante in grado di fornirti un’informazione. Di qualsiasi tipo. Le cose dell’IT possono avere un componente materiale, come la tastiera di un computer e tutto ciò che c’è al suo interno; le cose possono essere semplicemente idee, immateriali, come le istruzioni date a un computer o a un insieme di computer attraverso la programmazione. La tecnologia le elabora per te, e alla fine di questo processo ci sono delle informazioni. Queste informazioni possono essere semplici risposte a domande che potresti avere, domande come: “Qual è la linea di autobus che porta alla stazione?”, o calcoli complessi come la mappa del genoma umano o i milioni di anni di vita di una stella. Queste informazioni possono anche essere un’altra informazione che può essere utilizzata per un nuovo calcolo, in una sequenza di azioni: pensa a una nave, che ha una rotta verso la sua destinazione, una rotta che deve essere seguita punto dopo punto per raggiungere il porto di destinazione. Bene, questa definizione di Information Technology è schietta, precisa. Ma volevo mantenerla semplice, guardandola nello stesso modo in cui la guardo tutti i giorni. Come ho scritto, alcune persone amano la tecnologia anche se è fine a sé stessa. Io no. Mi piace mettere insieme le cose, mi piacciono i risultati e mi piace molto l’output, molto più della tecnologia che sta dietro, anche per questo la fotografia digitale per me è un mezzo e non il fine.

    La scienza missilistica – da Von Braun, Laika, Gagarin, ai radiotelescopi, a tutti gli scrittori dal 1950 al 1975, da “Star Trek” alla “Fondazione” e da “2001: A Space Odissey” (1968), all’atterraggio lunare di Apollo (1969) e allo Shuttle (“Guerre Stellari” è invece un bel Fantasy) hanno avuto un grande impatto sulla mia generazione. Stavamo sognando di andare sulle stelle, di far parte di un viaggio verso lo spazio, di poter incontrare esseri di un altro pianeta. No, non dico “Boldly go”: era qualcosa di diverso. Da ragazzo, durante i miei primi anni di scuola, ero assolutamente sicuro che un giorno l’uomo avrebbe incontrato civiltà millenarie, sconosciute e non terrene. Nella mia mente tutto questo non era finzione o speranza: ne ero semplicemente sicuro. Guardavo questa serie televisiva, “Spazio: 1999” (avevo la tivù a valvole, in quegli anni, solo immagini in bianco e nero col primo e secondo canale, Silvio Berlusconi stava muovendo i primi passi nella pubblicità italiana e Goldrake non c’era ancora). In “Spazio: 1999” c’era questo scienziato, Victor Bergman: il mio personaggio preferito. Victor Bergman lavorava in squadra con David Kano. David era lo specialista di computer della Base Alpha, una base sulla luna, naturalmente (retaggio di una serie di poco precedente, UFO, nella quale spiccava Gabrielle Drake primo sogno erotico di allora ed è bella ancora oggi, a quasi ottant’anni). Alpha Moon Base aveva questo computer grande e nero (qualcuno sta pensando all’IBM?), con la voce metallica (i calcolatori di un tempo avevano tutti la voce metallica, non come Alexa) che usciva dagli altoparlanti vicino ai monitor di servizio; Victor e David solevano porre domande complesse al computer e il computer, a parte un caso solo e proprio all’inizio della storia, aveva sempre una risposta, meravigliosamente scritta su un piccolo pezzo di carta termica (una specie di scontrino del supermercato) che David leggeva al pubblico di spettatori (ricordo che era solito trovare molte cose, sul quel pezzo di carta: lunghe discussioni e lunghe spiegazioni). Il computer della Base Alfa aveva una risposta per Victor, per David e per i trecento abbandonati nello spazio. Non erano soli: il computer era lì per aiutarli. Quindi, con l’entusiasmo del ragazzo, avevo immaginato che se fossi stato capace di programmare un computer e fare in modo che fosse come quello della Base Alfa avrei potuto aiutare gli altri ma prima di tutto aiutare me stesso. A mettere insieme le cose. Per avere risposte alle domande, e ne avevo tante, almeno tante quanto la fantasia. Quindi il mio primo desiderio, nel 1975, era stato quello di diventare un programmatore di computer: e soprattutto di avere un computer. Arrivò prima la macchina fotografica, la Kodak regalo di compleanno, quella del primo scatto; il VIC20 lo presi un po’ dopo, con i soldini di una borsa di studio della Cassa di Risparmio (mamma non voleva, ma il prof delle medie disse: “signora per carità, lo faccia giocare con il computer, domani sarà una professione”).

    Le cose passarono: essere un programmatore di computer non era il solo desiderio di ragazzino che avevo. Per un periodo sognai fare il pilota (ma non potevo entrare in accademia: portavo già gli occhiali, e per trasferirsi e frequentare un tecnico fuori città ci volevano più soldini che per il VIC). Poi iniziai a scrivere: sono stato apprezzato come scrittore in erba a scuola, e volevo fare la carriera di giornalista. Ma anche in questo caso sapevo di non avere i soldi per l’università: mio padre non c’era e mia madre era senza un lavoro stabile, altro sostegno di famiglia che non fosse minimo non c’era – altri tempi altre scelte e cose che non sapevo o che comunque non dipendevano da me. La decisione quindi era stata quella di continuare gli studi in una scuola professionale e cercare un lavoro, da iniziare già a quindici anni, come altri amici. Capitò di discutere i programmi di studio del Volta, l’istituto tecnico di Trieste: era considerata, allora, una delle scuole migliori e fra le più severe. Insegnanti solitamente molto di destra (all’epoca non è che la differenza mi fosse chiara) e molto esigenti, tante ore da passare in classe e altrettante da passare a studiare a casa. La mia più cara insegnante, Maria Vigori, conosceva la mia situazione familiare, mi spingeva verso il Volta poiché offriva ottime opportunità d’impiego. Lì non conoscevo però nessuno, tutti i miei amici avevano deciso per scuole diverse: ero spaesato e preoccupato dalla prospettiva di dover andare da solo. Poi mia madre disse: “Lascia stare. Non puoi farcela, è troppo difficile per te”. Un paio di giorni dopo avevo deciso ed ero iscritto.

    Nel 1983 ho comprato il mio primo computer. Gli anni Ottanta erano l’età dei primi calcolatori domestici; il mio primo era un Commodore VIC20, il VIC. Bello, ma ho capito subito che non era abbastanza per me: volevo più colori e più capacità, e soprattutto oltre ai programmi mi piacevano, naturalmente, i giochi. Avevo la sensazione che per me “studio” significasse “computer”, e nel 1984, con una seconda borsa di studio, ho comprato il mio Commodore 64. Era un caro amico, un compagno che è rimasto per tanti anni, durante tutta la mia carriera scolastica. Ho continuato a usarlo, sviluppare, attaccarci cose nuove, sperimentare software. E a scuola c’era un insegnante di tecnologia, Alessandro Predonzan: è rimasto con la nostra classe solo per un anno, ma ha introdotto i computer nel suo corso e ha spiegato come usare il BASIC e le tecniche più avanzate (lavorammo, per un paio di lezioni, sul Digital della scuola: Digital Compaq sarebbe tornata da me dopo i vent’anni). Ho ancora in un cassetto il libretto, la copertina strappata e poche pagine sul BASIC, che Predonzan ci aveva regalato; mi è caro. Grazie a quel corso, però, ho capito che non sarei stato mai un buon programmatore: altri erano più intelligenti (ricordo soprattutto Gabriele Cutazzo e Alessandro Gamboz), e fondamentalmente non ero molto incline a impegnarmi in matematica. Ma il mio Commodore, a casa, era il più sviluppato: aveva persino il modem (e chi ce l’aveva, negli anni Ottanta e fra i ragazzi, un modem SIP). Mentre altri erano in grado di scrivere meglio, molto meglio di me, un programma, io ero capace di mettere insieme le cose per avere in mano alla fine qualcosa di più veloce e con più potenza di calcolo. E soprattutto, il mio Commodore era collegato a una rete. Ho iniziato a capire quale fosse la mia strada.

    I got you to hold my hand; I got you to understand. I got you to walk with me; I got you to talk with me. I got you to kiss goodnight; I got you to hold me tight. I got you, I won’t let go. I got you to love me so. I got you babe.

  • volare nel sole e un ricordo di Siviglia

    volare nel sole e un ricordo di Siviglia

    Rodolfo era in ritardo, un problema di lavoro; mi ero divertito, quindi, a starmene seduto fuori dall’aeroporto, vicino al parcheggio, a guardare le persone. Non aveva intenzione di farsi aspettare troppo, comunque: mi aveva parlato al telefono di un appuntamento per entrambi alle sei e mezza. Arrivò di corsa, con l’auto più piccola dell’azienda, e in un attimo eravamo in autostrada. Appena salito in auto mi aveva detto: “Sei appena atterrato e volerai di nuovo entro mezz’ora”; non avevo capito cosa avesse voluto dire. Arrivammo con l’auto a una traversa che conduceva a uno sterrato; la pianura era vasta. L’Andalusia ha un territorio molto esteso, e da quella strada di periferia non si vedevano né la montagna né il mare; all’orizzonte, solo una forma vaga e distante, un tratteggio di quelle che erano le alture verso Granada. La terra era priva di alberi; c’erano solo una fattoria lontana circondata dagli ulivi, e il sole. L’aerodromo, perché queste erano le costruzioni che componevano il complesso di fronte a noi, aveva una zona riservata al corso di formazione tecnica, con sedie all’aperto, molto bella; vicino, c’erano un piccolo ufficio e tre hangar, abbastanza grandi da ospitare quattro o cinque aeroplani leggeri all’interno. Gli aerei leggeri possono essere spostati con le mani: è sufficiente sollevare il carrello anteriore spingendo sui piani di coda, e si tira facilmente l’aereo verso di sé. Ci sono molti aerei leggeri o ultraleggeri sul mercato, pensati e costruiti in modo da assomigliare agli aerei da turismo commerciali di categoria superiore. Emilio, l’istruttore – e il proprietario dell’aerodromo – aveva investito un milione di euro per costruire tutto, compresa la pista d’asfalto lunga 500 metri. Non male. E una piccola torre, per segnalazioni d’emergenza. Emilio rappresentava l’azienda Tecnam in Andalusia; Tecnam è un’azienda italiana con grande esperienza, leader nel settore dei velivoli ultraleggeri. Emilio possedeva un Tecnam p2002 Sierra; era quello l’aereo blu e giallo che ci aspettava sulla pista.

    Inizialmente non capivo bene cosa sarebbe successo. O non ci credevo. Quindi ero come al solito silenzioso e concentrato. Rodolfo pensava che non mi stessi divertendo. Al contrario, ero semplicemente senza parole, quindi… non stavo parlando. Logica deduzione. Emilio e Rodolfo mi spiegarono come salire ed entrare nell’abitacolo (non puoi calpestare l’ala, ci sono solo pochi posti in cui puoi mettere il piedi e sul resto delle superfici ci sono gli adesivi ‘non calpestare’). Poi, una volta dentro, Emilio, che era salito dall’altro lato, spiegò ancora, rapidamente, la disposizione degli strumenti. Su quel p2002 Sierra avevamo tutto: orizzonte artificiale, bussola, navigatore, radio multibanda, non mancava nulla. Sarebbe stato come volare su un aereo più grande. Indossate le cuffie per parlare con il copilota e via radio fino alla torre di controllo di Siviglia, eravamo pronti. L’aeroporto di Siviglia ti fornisce tutte le informazioni necessarie, traffico aereo e meteo, e ti tiene d’occhio, mica sei un pilota in fondo. Il p2002 Sierra ha due controlli gemelli abbinati e gli istruttori ti seguono sempre, in ogni manovra, e prendono il comando quando necessario.

    E poi, vai. Sierra decolla a 80-90 chilometri l’ora, non era stato facile mantenerlo dritto durante il mio primo giro. Ero in aria, e improvvisamente tutto era facile: sembrava un gioco ma sapevo che era tutto vero. Con il bel tempo e le condizioni di luce, un Sierra come quello è così facile da controllare; se non c’è vento, e in quel giorno non c’era, basta capire e impostare il beccheggio, e la forma e la geometria delle ali mantiene l’aereo livellato senza ulteriori azioni, non devi fare nulla. Se si toccano i comandi, l’aereo si tuffa o si arrampica leggermente, o si piega a sinistra o a destra, è sufficiente una piccola spinta gentile. Saliti a 300 metri, prima, e poi a 500, Emilio mi aveva affidato l’aereo completamente, dandomi le indicazioni per raggiungere la fortezza romana, a dieci minuti a est dall’aerodromo. Sopra la fortezza facemmo due giri completi: il paesaggio, sotto la luce rossa del sole che stava tramontando, lasciava senza fiato. Poi tornai verso la pista, controllando la direzione sulla bussola; sopra l’aerodromo, Emilio prese i comandi e portò l’aereo verso terra in due semicerchi. Siviglia ci avvisava di un Super80 che si avvicinava molto più in alto; potevamo vedere tutto sotto di noi, ma non avevo paura, il Sierra rispondeva perfettamente ai comandi. Sentivo la gravità sul mio stomaco, anche se stavamo volando solo a 130 all’ora: stavo guardando il mondo a testa in giù. Meraviglioso.

    Emilio si occupò dell’atterraggio. È molto facile commettere errori se non si ha esperienza sufficiente, si può venir giù pesanti e rimbalzare o mettere il naso troppo in basso e si rompe tutto. Anche senza rischi, sarebbe stato un peccato: un Sierra usato costa circa 60mila euro. Emilio (non parlava l’inglese bene, ma ci si capiva) mi disse che avevo pilotato bene, ma che all’inizio ero stato troppo rigido e nervoso; una volta passata l’emozione, tutto era andato meglio. Dopo il mio giro, toccava a Rodolfo per un volo più lungo, lui stava già praticando il decollo e l’atterraggio per ottenere la licenza. Poi aiutammo Emilio a riporre il Sierra nell’hangar e ci separammo, camminando verso l’auto per tornare a Siviglia. “Tapas” insieme e un buon bicchiere di vino. Per un pò, non parlai; poi l’abbracciai. Un vero amico. Non se lo aspettava; gli dissi che volare su un aereo con le mani sui controlli e l’azzurro davanti a me era stato un sogno di bambino, e che ero sempre stato sicuro che non sarebbe mai diventato realtà. Era contento; stava vedendo ora la felicità nei miei occhi. La stessa felicità che stavo provando per aver deciso di andare a Siviglia nonostante tutto il resto. Lasciando casa avevo avuto la sensazione che sarebbe stato grandioso, e non sapevo perché; avevo seguito di nuovo l’istinto. Porto sempre i miei sogni con me, nel mio cuore. Quando sono sicuro che qualcosa non può più accadere perché è tardi, perché non c’è tempo, perché non può essere, perché perché – quando sono sicuro che non possa più accadere, improvvisamente accade. Non sarà sempre così, ma lo è stato molte volte. Vedo il cielo di Siviglia, se chiudo gli occhi e ripenso a quel giorno; sono ancora lì, a volare sotto nel sole, le case bianche e la terra rossa. Sono libero. E sono felice.

  • fantasia per immaginare il fuori

    fantasia per immaginare il fuori

    la fantasia è invece, per definizione, la capacità di immaginare e poi creare cose improbabili e non realistiche. Immagini che la nostra mente ci restituisce quando abbiamo bisogno di qualcosa. Spesso facciamo poi di tutto per fare in modo che quelle cose prendano forma, diventino vere, ed è sempre fantasia, che si trasforma nel processo che mettiamo in atto quando proiettiamo qualcosa fuori dopo averlo sentito dentro. La fantasia non mi è mai mancata, ha sempre riempito le mie giornate: prima disegnavo, poi ho iniziato a scrivere e oggi scrivo ancora di più, poi le foto. Ci sono stati momenti molto difficili in cui ho pensato di averla perduta, e invece è sempre tornata. È per questo, in fin dei conti, che non amo la fotografia digitale, pur essendo quella che faccio di più ma è solo una questione di tempo che manca. Le foto digitali sono troppo belle; troppo perfette, troppo uguali l’una all’altra.

  • tempo inverso racconto di una sera

    tempo inverso racconto di una sera

    Arriviamo a piedi. Dieci minuti dal centro. Scatole, luci, riflettori. Macchine fotografiche. Siamo un bel gruppo: uomini e donne, le modelle arriveranno dopo. Sono le nostre regine: dovremmo dire che loro sono qui per noi, per mostrarsi ai nostri occhi attraverso l’obiettivo, e in realtà penso che sia il nostro turno di essere qui per loro. Per imparare. Per guardare, non c’è dubbio. Con che occhi guarderemo? Non lo sappiamo ancora. Quando arrivano, loro salutano tutti, sono cortesi, gentili. Una più fredda ma solo in apparenza; professionale. Paziente; parla poco. L’altra sorride spesso, per lei è più un gioco di seduzione e si vede: conosce la sua forza, l’esprime, richiama. Siamo ansiosi ma concediamo loro ancora un po’ di tempo: per il trucco, per vestirsi. Siamo in un piccolo albergo, tranquillo, accogliente. Abbiamo ancora tante cose da preparare: il tempo vola via. Le foto le faremo vicino alla piscina, due poltrone di vimini e un tavolino. È rettangolare, né grande né troppo profonda, di quelle dei film delle vacanze di Natale: con tanto di luce blu, la scaletta e le piastrelle di cotto marrone tutt’attorno. Di fronte alla scaletta c’è qualche sdraio in plastica e due ombrelloni: spostiamo tutto. Vogliamo fotografarle nell’acqua e le torce le montiamo inclinate, in corrispondenza degli angoli della piscina, in modo che la luce arrivi uniforme, da tutti e due i lati; niente ombre nel menu. Sul tavolino due bicchieri, due cannucce per ciascuna, una fetta d’arancio e un tovagliolo.

    Perché i bicchieri? Chissà. Non ho in mente ancora nessuno scatto, ti sto solo guardando. Per capire come terrai il braccio, quando lo alzerai. Sto immaginando le tue labbra, e l’espressione che avrai nel tenerlo per bere. Forse userai la cannuccia, e allora non lo farò, quello scatto che ho in mente; però, adesso, ti guardo. Inizia tutto piano, come ogni volta. È più bello, iniziare piano, con dolcezza, anche con un po’ d’imbarazzo. Uno scatto, due, quattro scatti: siamo cinque metri di distanza, ma ti vedo bene. Posso guardarti negli occhi. Sei imbarazzata quanto me, non sai che cosa fare, e io non ti conosco ancora, non so guidarti in questo ballo, ci vuole più tempo. Lei ride, tu no. Un duecentesimo. Effedueeotto: troppo aperto. Il lampo illumina solo il tuo viso e dietro è tutto buio. Mi piace guardarti così. Sto cercando di capire chi sei, almeno un poco. So che fin quando non riuscirò a farlo, non avrò un’immagine di te ma solo delle foto, tante foto da buttar via. Chi ha più sesso in sé? Lei. Ce l’ha nel sangue. È meno brava, e tu sei più bella, lei ripete le stesse pose però è selvaggia. Lo senti, che stanno guardando di più lei: lo capisci dalla raffica di scatti quando lei si muove e dagli sguardi che cambiano direzione, lasciandoti sola. Anch’io guardo lei, eppure continuo a pensare a te e ad aspettare di poterti guardare per lo scatto che voglio, come sulla spiaggia, su quella pietra bianca. Pausa. Adesso ci parliamo, stiamo meglio assieme. Parliamo di quali pose potremmo chiedervi, e di come mettere le luci diversamente: forse possiamo usare un tempo più lungo e cercare l’effetto. È sera, fa ancora caldo, beviamo qualcosa assieme; abbiamo scattato per un’ora, e adesso sei più stanca, non ti difendi più. Anch’io sono più stanco e ricerco di meno, seguo il mio istinto. E continuo a guardarti. Contrasto, luce, scarpe nere. La posa quasi sdraiata non mi piace; mi piacciono le tue gambe, invece, le guardo a lungo e scatto due o tre volte, ma non riesco a fare quello che vorrei, stai pensando ad altro, guardi lui e non me dietro gli occhiali da sole. Sdraiati sul bordo della piscina, adesso, perché voglio guardarti ancora, più a lungo, di nuovo: scatto al buio. Ora siete vicine, vi toccate le spalle. Siete diventate amiche, in questi due giorni? Chissà. So che non vi siete mai viste prima. Che cosa provi, adesso, mentre le tocchi la spalla? Niente; è la risposta giusta. Potremmo chiedervi di più, lo fareste. Io amo guardarti, tu vuoi farti guardare: siamo qui per questo. Scendi in piscina, ci resti a lungo: hai il vestito addosso, sopra al costume, l’acqua è fredda ma aspetti lo stesso. Lui vuole immaginarti pantera, lei vorrebbe che tu danzassi in quell’acqua roteando il vestito. Faresti di più? Immagino di si. Ci guardiamo, adesso: dico due parole e tu sai che cosa vuoi fare.

    Ho finito. È tardi, te ne devi andare; non è ancora mezzanotte e torni già a essere una ragazza che studia, e io il tuo fotografo venuto da un’altra città. Mi ripetono di nuovo come ti chiami: penso che ricorderò il tuo nome, non so se tu ricorderai il mio. Chissà quante ne hai viste, di fotografie, quante te ne hanno mandate. Spero che tu ricordi i miei occhi.