Categoria: istantanee

  • Ogni cosa ha il suo prezzo. Ma nessuno saprà

    Ogni cosa ha il suo prezzo. Ma nessuno saprà

    Venderò le mie scarpe nuove
    Ad un vecchio manichino
    Per vedere se si muove
    Se sta fermo o se mi segue nel cammino
    Venderò il mio diploma
    Ai maestri del progresso
    Per costruire un nuovo automa
    Che dia a loro più ricchezza e a me il successo
    Ai signori mercanti d’arte
    Venderò la mia pazzia
    Mi terranno un po’ in disparte
    Chi è normale non ha molta fantasia
    Raffaele è contento, non ha fatto il soldato
    Ma ha girato e conosce la gente
    E mi dice: “Stai attento che resti fuori dal gioco
    Se non hai niente da offrire al mercato”
    Venderò la mia sconfitta
    A chi ha bisogno di sentirsi forte
    E come un quadro che sta in soffitta
    Gli parlerò della mia cattiva sorte
    Raffaele è contento, non si è mai laureato
    Ma ha studiato e guarisce la gente
    E mi dice: “Stai attento, ti fanno fuori dal gioco
    Se non hai niente da offrire al mercato”
    Venderò la mia rabbia
    A tutta quella brava gente
    Che vorrebbe vedermi in gabbia
    E forse allora mi troverebbe divertente

    Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà
    Quanto costa la mia libertà

  • tramonti. Mare e dintorni di sguardi

    tramonti. Mare e dintorni di sguardi

    Una particolarità del golfo triestino è quella di avere il sole che tramonta sull’acqua; l’uno o l’altro punto, sia quello di Duino che l’altro di Muggia a ridosso del confine sloveno, regalano spesso, anche se non la vista del disco rosso fuoco fino alla fine, colori riflessi stupendi, che la macchina fotografica riesce o non riesce a catturare. Alterarli in sviluppo è davvero un peccato, eppure a volte è l’unica maniera per conservare un ricordo che non sia una macchia scura. Quella di sabato è stata una delle volte in cui, visto che la macchinetta digitale ha qualche anno e di disturbo ne tira su parecchio, a meno di non dedicarsi ai tempi lunghi, lo sviluppo è risultato necessario. Uno sviluppo a modo mio. Pomeriggio comunque interessante trascorso con gli amici fotografi di centoFoto e con una modella dall’espressione molto intensa. Il tema supposto era la foto di coppia; non ho avuto successo, o potrei dire – finora, fra le foto di coppia fatte, non ne ho trovate di emozionanti. Diverso è per le foto fatte a Giada, che ringrazio. E per il tramonto. Niente di realistico nello sviluppo di queste mie foto e non occorre dirlo: quelle documentaristiche, accurate, fatte di luce vera, le lascio in archivio. Le foto perfette si fanno in altri momenti e non in un pomeriggio di svago. Queste, che lascio nei miei racconti di questo blog, sono foto di emozioni.

  • ponti su acque agitate

    ponti su acque agitate

    Ieri sera, tornando, ho trovato una sorpresa. Dentro al portone di casa c’erano piccoli regali preparati per San Nicolò da una bambina. Figlia dei miei vicini. Piccola Costanza. Preparato da mamma e papà, ma sicuramente insieme a lei.
    San Nicolò è un po ‘il “nonno dei bambini”, per noi che siamo di queste parti che stanno un po’ a est e un po’ al centro. Dovrebbe portare regali alle bambine e ai ragazzi che si sono comportati bene (alla fine porta i regali a tutti). San Nicolò, da noi, arriva di notte, la notte fra il 5 e il 6 di dicembre. Aspettavo anch’io San Nicolò, quando ero piccolo: quando avevo quattro o cinque anni, gli scrivevo una lettera chiedendogli il giocattolo che desideravo, sperando di essermelo meritato perché in fondo mi comportavo bene. Dicono che capisci di esser diventato grande quando ti rendi conto che San Nicolò è in realtà tuo papà e non esiste, è una storia e non un nonno vero. Uno dei momenti della tua vita di uomo, almeno. Quel momento, per me, era arrivato molto presto, e l’immagine di San Nicolò che camminava silenziosamente aprendo piano la porta di casa era scompasa all’improvviso. Ma forse è proprio per questo che lo porto ancora nel mio cuore.

    Così, ieri, prima della mia lezione di fotografia, mi sono preso un momento per scendere giù in centro prima di rientrare nel quartiere di San Luigi dove abito, e ho comperato un piccolo Tigro per Costanza. Tigro è il mio preferito, della combriccola di Winnie Pooh: è sempre felice, sorride e salta sulla sua coda a molla, facendosi notare (a casa ho due o tre versioni di Tigro, e potresti pensare che io non sia tanto giusto se parlo ancora con i pupazzi a quarantadue anni; pensalo pure, io terrò comunque ancora i miei Tigri con me). Con la scatola per Costanza in una mano e il mio ombrello vecchio e piegato nell’altra (il piccolo Tigro era al sicuro lì dentro, al caldo e protetto dalla pioggia), ho camminato per un pò tra i negozi e il mercato della fiera del Viale. Una studentessa con un cappello rosso di Natale mi ha bloccato per darmi i volantini con la pubblicità di un nuovo negozio, poi è scappata per fermare altre persone; in un angolo, sotto un arco, un artista di strada stava disegnando Gesù, preparando i gessetti per colorarlo. Quello che ho capito all’improvviso, camminando, è che negli occhi delle persone non trovavo gioia. I loro occhi non sorridevano. Il Natale sta arrivando, e dovrebbe essere un momento di felicità, ma non mi sembra che sia così. Negli anni passati, ricordo che di gioia ne vedevo; forse quest’anno non c’era gioia in me, mentre un anno fa ero stato così felice, ma negli occhi della gente quella gioia c’era. Non questa volta.

    Noi italiani siamo ancora persone gioiose. Puoi vedere la gioia negli occhi della ragazza che vende castagne arrostite all’angolo della scuola e sentire il calore del suo sorriso, o trovarla negli occhi della mamma che compra la scatola Lego Atlantis per il suo bambino, o nella coppia d’innamorati che cammina mano nella mano accanto al gazebo della fiera. Osservando le cose semplici che vendono, comprando qualcosa di piccolo solo per portare un pacchettino colorato a casa. C’è gioia, lì. Eppure, oggi ho l’impressione che questa gioia abbia un velo di incertezza. In queste settimane piene di musica per le strade e luci natalizie sulle insegne dei negozi, non posso far altro che vedere che la maggior parte di questi negozi sono mezzi vuoti. Molti camminano in fretta, mani vuote al posto dei regali per bambini e persone care. Volti persi nei pensieri. I giornali sono pieni di notizie su Silvio Berlusconi che combatte con Gianfranco Fini, e poi c’è Mara – “il ministro più bello d’Europa”. Nel frattempo, nella prima pagina, ci sono i risultati dell’ultima partita di calcio tra Napoli e Milano, eppure gli stadi sono ormai quasi vuoti. Sugli stessi giornali non trovi qualcuno che abbia un’idea per fare in modo che la benzina non costi un euro e quarantacinque al litro o per evitare che ti arrivi una bolletta della luce che pesa il trenta per cento in più degli anni passati. Gli italiani hanno un peso, dentro di loro. Ho viaggiato parecchio, e non l’ho visto negli occhi delle persone dei paesi in cui sono stato. Ho visto città e nazioni con grossi problemi (possiamo dire di vivere in paradiso, se proviamo solo per un momento a confrontare la nostra bella Italia della quale spesso parliamo male, con la maggior parte degli altri luoghi), ma ho sempre trovato persone sorridenti. Ne parlavo ieri sera con Mauro, il fotografo da strada: nelle nostre foto, in Italia, non sorridiamo più. I nostri volti sono noiosi.
    Sorrideremo di nuovo. Vedo i giovani e trovo ancora entusiasmo, trovo la volontà di far meglio. Faremo meglio; il nostro è ancora un grande paese. Ma questo Natale, in Italia, mi sembra freddo.

    [questo accadeva nel 2010. Sono passati tredici anni e presto arriverà anche il 6 dicembre 2023. Il sorriso mio ritrovato è rimasto, tutte le cose che ho scoperto fra il 2012 e il 2016, anche se il poterle condividere con chi amavo è durato tanto e troppo poco allo stesso tempo e nel 2016 è finito, mi hanno lasciato dentro tanto. Berlusconi ha chiuso la sua storia e sarà presto dimenticato ed è il destino di tutti, la benzina oggi è a due euro, quasi tre anni di prigionia da Covid ci hanno trasformati e poi è scoppiata una guerra priva di qualsiasi significato che non sia quello dello scontro economico. La necessità di creare un nuovo mercato. Nonostante tutto questo, il sorriso negli occhi dei giovani è rimasto forte. Per la generazione del Boom, e per quelli che vengono subito dopo, a cui abbiamo lasciato una terribile eredità, è rimasto invece tutto come in quel San Nicolò 2010: una moltitudine di facce, tutte prive di nome]

  • generazione. X senza meta o rotta

    generazione. X senza meta o rotta

    C’è una scena in ‘Metropolitan’ (film cult di Whit Stillman, che nel 1990 rappresentava il quarantenne di oggi, la cosiddetta ‘Generazione X’, durante gli anni del college); in questa scena due ragazzi incontrano in un bar, a Manhattan, una strana forma di vita: un quarantenne. L’uomo, tra un drink e l’altro, spiega loro due dolorose verità. La prima è che amici e ragazze che avevi a diciannove anni e che credevi sarebbero stati tuoi amici per tutta la vita – diventeranno, crescendo, estranei a te. La seconda è che quando sei ‘quarantenne’, quando incontrerai qualcuno della tua stessa età che ha avuto più successo di te nella sua vita, non risponderai a cuor leggero quando ti chiederà: ‘Qual è il tuo lavoro’.

    Perché quando hai vent’anni la possibilità di non diventare ciò che sogni è fuori dal tuo radar. A trent’anni, sei un po’ preoccupato. A quaranta, sei sicuro di non averlo fatto: sei sicuro di essere passato dallo status di ‘troppo giovane’ a quello di ‘troppo vecchio’, perché anche in un paese dimensionato per i sessanta come l’Italia è, non puoi fingere, a quaranta, di essere considerato – a parte gli apprezzamenti che provengono dal tuo simpatico zio – giovane. Il New York Times ha recentemente scritto della ‘crisi che precede la mezza età che si diffonde tra la gente della ‘Generation X’ (nata, più o meno, tra il 1964 e il 1979, resa immortale da Douglas Coupland nel suo libro dallo stesso titolo, ‘Generazione X’); hanno citato ‘Greenberg’ come esempio, il film con Ben Stiller musicista ‘quarantenne’ che ha fallito nella sua vita, costretto a vivere nella casa di suo fratello: perfetto esempio di un eterno adolescente che affronta la morte di tutte le sue speranze. Il New York Times ci dice che è una contraddizione: ‘Com’è possibile che la generazione che sceglie di avere come segno culturale il rifiuto di crescere, com’è possibile che ora questa generazione abbia una crisi di mezza età?’. Questa generazione ha quell’ ‘abbiamo fatto del nostro meglio’ come motto, e spesso, a quarant’anni, scopre che tutto si è svolto al di sotto delle aspettative: delle sue aspettative, e di altre. Chi non ha mai abbandonato l’adolescenza – perché era pigro, o forse per non diventare come i ‘vecchi’, ora dopo il quarantesimo compleanno scopre di essere nei panni degli altri, vestendo gli abiti della maturità in modo incerto. Un libro che sta per essere pubblicato negli Stati Uniti, ‘Imperial Beedrooms’ di Bret Easton Ellis, è la continuazione, venticinque anni dopo, di ‘Less Than Zero’ (edito da Einaudi), pietra miliare della ‘Generation X’. Dopo molto tempo, i personaggi di Ellis non sono cambiati affatto, rallentati dai loro stessi limiti: e uno di loro muore. Almeno un altro romanzo, ‘Indecision’ di Benjamin Kunkel (pubblicato nel 2006 da Rizzoli) ha detto le stesse cose, mascherandole, tuttavia, con le scuse sulla ‘pillola che cura l’incertezza’. Ahimè; esiste solo nell’immaginazione dell’autore. E così sei da solo, ad aspettare in fila in un negozio di videogiochi, sentendoti a disagio per essere circondato da ragazzi delle scuole elementari (a proposito, nei tuoi giochi vincono sempre, e tu perdi). E il tuo caro amico commenta che i tuoi capelli bianchi sulle tempie hanno un fascino, ‘l’uomo maturo ha il suo fascino’ – e tu pensi: ‘maturo’?, sì, in molti sensi.

    La maturità è negli occhi di chi guarda (dentro sé stesso), specialmente per coloro che si sforzavano di essere ‘diversi dalla generazione precedente che li precedeva’. Avevano ideologie forti, erano legati al potere accumulato (grande potere, piccola potenza). Erano nostalgici nei confronti di quell’Italia in bianco e nero e ricordavano ‘Carosello’, che per te non è mai esistito. O lo ricordi a malapena. Quello che hai cercato di fare, crescere, è stato un tentativo: cerca di essere un buon marito, prova ad essere un buon padre, proprietario di una casa acquistata con un mutuo a tasso variabile, un uomo diverso da mariti, padri ed eccetera che hai visto – e non giudicato – della ‘generazione precedente’. Alla fine hai capito, durante una notturna maratona di videogiochi, che eri sepolto nel divano di casa esattamente come lo erano loro e che la tua volontà di trovare un modo diverso di diventare adulto colpiva la realtà di molti alibi che era sempre così bello scoprire. Si trova sempre un nuovo alibi per qualcosa. Ecco perché il tuo quarantesimo compleanno è stato anche un’esperienza meno piacevole rispetto al quarantesimo compleanno della ‘generazione precedente’. Per proteggerti dalle conseguenze delle aspettative mancate sul tuo futuro, quando il futuro finalmente è lì, anche schermarti con l’ironia non è abbastanza. L’ironia, come tutti sanno, è l’arma dei deboli.

    [“Il Corriere della Sera” del giugno 2010. Sotto l’articolo, un commento: “Ma va là… oggi a quarant’anni si cambia vita, e si ricomincia… se davanti ne hai ancora almeno 40, qualcosa dovrai pur fare, no?”. Disegna perfettamente la mia generazione, incapace di capire che il tempo scorre in una sola direzione e che non si ricomincia mai. E che se qualcuno ti ha fatto veramente credere che ha 40 anni davanti ne hai altri 40, hai sbagliato candeggio. Nel frattempo, da questo articolo di compleanni ne sono passati altri dodici]

  • il non professionismo

    il non professionismo

    [Alfred Stieglitz] “Let me here call attention to one of the most universally popular mistakes that have to do with photography—that of classing supposedly excellent work as professional, and using the term amateur to convey the idea of immature productions and to excuse atrociously poor photographs. As a matter of fact nearly all the greatest work is being, and has always been done, by those who are following photography for the love of it, and not merely for financial reasons. As the name implies, an amateur is one who works for love; and viewed in this light the incorrectness of the popular classification is readily apparent.” (Alfred Stieglitz) (The Photo-Secession)

    E, in italiano: “Lasciatemi richiamare l’attenzione su uno degli errori più universalmente popolari che hanno a che fare con la fotografia: quello di classificare come presumibilmente eccellente il lavoro di un professionista, e usare il termine dilettante o amatore per trasmettere l’idea di produzioni immature giustificando così fotografie atrocemente povere. È un dato di fatto che quasi tutta l’opera più grande sia, e sia sempre stata, opera di coloro che stanno seguendo la fotografia per amore di essa, e non solo per motivi finanziari. Come suggerisce il nome, un amatore è uno che lavora per amore; e, vista in questa luce, la scorrettezza della popolare classificazione è evidente.”

  • angeli

    angeli

    con le rughe un po’ feroci sugli zigomi

  • suonare stasera

    suonare stasera

    che cosa avremmo da spartirci noi?

  • a masquerade. You walk in moonlight

    a masquerade. You walk in moonlight

    you can’t stop. You take a chance, let’s have a dance

  • lunatic

    lunatic

    an aristocratic. And your eyes are magic

  • violenta e libera se vuoi

    violenta e libera se vuoi

    figli di una vecchia canzone