Categoria: titolature

  • immagini qualunque

    immagini qualunque

    Henri Cartier Bresson disse: “La cosa più difficile per me è il ritratto. Devi provare, e mettere la tua macchina fotografica fra la pelle di una persona e il suo abito”. Barthes, parlando di fotografia, scrisse: “Un dettaglio viene a sconvolgere tutta la mia lettura; è un mutamento vivo del mio interesse, una folgorazione. A causa dell’impronta di qualcosa, l’immagine non è più un’immagine qualunque”. “È così che il fotografo da’ vita; se, per mancanza di talento o per disavventura, questo fallisce, il soggetto muore per sempre”. Se, per mancanza di quel talento, o per caso, la fotografia che ritrae non è ‘viva’, l’occasione è perduta. Nella foto dobbiamo sentire quel ‘particolare’: “la sua sola presenza modifica la mia lettura”, dice che “quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore. Questo particolare è ciò che mi punge”.

  • oggi arriva da ieri

    oggi arriva da ieri

    “Osservando gli avventori di un bar, qualcuno mi ha detto giustamente: ‘Guarda come sono spenti; al giorno d’oggi, le immagini sono più vive delle persone’. Uno dei segni distintivi del nostro tempo è forse questo rovesciamento: noi viviamo conformemente a un immaginario generalizzato… ciò che caratterizza le società cosiddette avanzate, è che oggi tali società consumano immagini e non più, come quelle del passato, credenze”. Nella comunicazione di veniamo messi di fronte a nuove sfide che richiedono una rapida comprensione di ciò che sta accadendo, delle potenzialità insite nella trasformazione e dei nuovi messaggi da veicolare; spessissimo, non li capiamo. Circondati, siamo soli; i messaggi si spengono anch’essi, e scompaiono fra gli avventori del bar.

  • apollo undici

    apollo undici

    per quanto incredibile possa sembrare, ero abbastanza giovane in quel momento, sono chiaramente sicuro che il mio primo ricordo sia un fotogramma, una stanza con delle persone, dove succede qualcosa. credo sia lo sbarco sulla luna, millenovecentosessantanove. apollo undici. era una tale confusione. non ricordo molto altro dei miei anni da bambino, qualche ricordo dei primi anni di scuola. solo un paio di foto nella mia mente, una è mia madre che legge topolino per me, noi due soli durante la notte. l’altro sono io che scappo via da angiolina, ridendo, felice come può esserlo un bambino di quattro o cinque anni mentre la nonna si dispera e l’insegue. poi la finestra della classe, il primo giorno di scuola, e un senso di solitudine. nato nel sessantotto, avevo un anno e mezzo, ma sono sicuro di avere nella memora l’atterraggio di apollo: ricordare frammenti prima dei tre anni d’età è raro ma non impossibile. mio padre, in un certo senso, era un sognatore come me; anni dopo mi diedero una medaglia d’argento con sopra John Kennedy. altri anni dopo mi avrebbero raccontato del millenovecentosessantatre, e mi avrebbero detto che papà ammirava Kennedy. ed è molto importante anche per me. la medaglia purtroppo non c’è più

  • io

    io

    sono nato a trieste più di cinquant’anni fa; a trieste ho vissuto e vivo, l’ho lasciata molte volte per lavoro, piacere o passione, andando dal nord all’atlantico, dal centro di un’europa che non vogliamo lasciare in pace, fatta anche del cognome che porto, al medio oriente, senza mai pensare di non volerci, alla fine, in questa trieste ruvida, tornare. chi nasce sul mare, sul mare resta. trieste è sempre stata la mia prima casa; la seconda è vicina a clontarf road, e in questo, e nel vento forse, c’è un pezzetto d’un joyce non cercato. nonostante le esortazioni della mia insegnante d’italiano, invece della scuola di giornalismo ho scelto un percorso diverso: la voglia di diventare grande presto, e di poter comprare il motorino, era, in quegli anni ottanta, troppo forte. al giornalismo, la mia professione di oggi e sono ormai dieci, ci sono tornato più tardi, dopo tre grandi aziende dai motori alla tecnologia, una maturità vissuta fra un internet agli albori, niente figli e alcuni amori, e tante altre cose con cui confrontarsi. da qualche tempo oltre alle parole mi sono compagne anche le fotografie che scatto, e che condivido con piacere, in cerca di niente se non di sorrisi e altre foto. questo è un sito fatto solo di questo, un diario in immagini tutte mie, senza lettere maiuscole e senza altro fine. il sito non ha una logica, è fatto d’immagini e pensieri che fra le pagine che scorrono arrivano, vanno e ritornano: cifra della vita

  • immagine imitazione

    immagine imitazione

    Una decina d’anni dopo la metà del Novecento, Roland Barthes, parlando di fotografie, sottolineò come la parola ‘immagine’ derivasse dal termine latino che significava ‘imitazione’. Partendo da questo, pose una questione che mi interessa sempre: possono, le immagini, per davvero essere un veicolo di significati, nel momento in cui sono esse stesse imitazioni o rappresentazioni dirette di qualcosa? È per davvero possibile che l’immagine costituisca un linguaggio? Se è così, come possiamo, utilizzando questo linguaggio, comprendere il significato di ciò che vediamo in una foto? Barthes utilizzò le immagini pubblicitarie per analizzare la questione, proprio perché esse vengono costruite per avere un significato e per trasmetterlo.

    Per me la fotografia, sia il ritratto che la cattura di scene urbane, gli oggetti inanimati e persino il nudo e l’erotico, è sempre stata uno strumento con il quale cercare di parlare agli altri in un altro modo, a volte per superare le limitazioni del linguaggio o, se non di esso, le difficoltà che s’incontrano a volte cercando di farsi capire. All’inizio è stato qualcosa di fatto inconsapevolmente; poi, con il tempo, è diventata una scelta. Un modo per esprimere me stesso, per mettermi in gioco nella foto.