Categoria: strada

  • ponti su acque agitate

    ponti su acque agitate

    Ieri sera, tornando, ho trovato una sorpresa. Dentro al portone di casa c’erano piccoli regali preparati per San Nicolò da una bambina. Figlia dei miei vicini. Piccola Costanza. Preparato da mamma e papà, ma sicuramente insieme a lei.
    San Nicolò è un po ‘il “nonno dei bambini”, per noi che siamo di queste parti che stanno un po’ a est e un po’ al centro. Dovrebbe portare regali alle bambine e ai ragazzi che si sono comportati bene (alla fine porta i regali a tutti). San Nicolò, da noi, arriva di notte, la notte fra il 5 e il 6 di dicembre. Aspettavo anch’io San Nicolò, quando ero piccolo: quando avevo quattro o cinque anni, gli scrivevo una lettera chiedendogli il giocattolo che desideravo, sperando di essermelo meritato perché in fondo mi comportavo bene. Dicono che capisci di esser diventato grande quando ti rendi conto che San Nicolò è in realtà tuo papà e non esiste, è una storia e non un nonno vero. Uno dei momenti della tua vita di uomo, almeno. Quel momento, per me, era arrivato molto presto, e l’immagine di San Nicolò che camminava silenziosamente aprendo piano la porta di casa era scompasa all’improvviso. Ma forse è proprio per questo che lo porto ancora nel mio cuore.

    Così, ieri, prima della mia lezione di fotografia, mi sono preso un momento per scendere giù in centro prima di rientrare nel quartiere di San Luigi dove abito, e ho comperato un piccolo Tigro per Costanza. Tigro è il mio preferito, della combriccola di Winnie Pooh: è sempre felice, sorride e salta sulla sua coda a molla, facendosi notare (a casa ho due o tre versioni di Tigro, e potresti pensare che io non sia tanto giusto se parlo ancora con i pupazzi a quarantadue anni; pensalo pure, io terrò comunque ancora i miei Tigri con me). Con la scatola per Costanza in una mano e il mio ombrello vecchio e piegato nell’altra (il piccolo Tigro era al sicuro lì dentro, al caldo e protetto dalla pioggia), ho camminato per un pò tra i negozi e il mercato della fiera del Viale. Una studentessa con un cappello rosso di Natale mi ha bloccato per darmi i volantini con la pubblicità di un nuovo negozio, poi è scappata per fermare altre persone; in un angolo, sotto un arco, un artista di strada stava disegnando Gesù, preparando i gessetti per colorarlo. Quello che ho capito all’improvviso, camminando, è che negli occhi delle persone non trovavo gioia. I loro occhi non sorridevano. Il Natale sta arrivando, e dovrebbe essere un momento di felicità, ma non mi sembra che sia così. Negli anni passati, ricordo che di gioia ne vedevo; forse quest’anno non c’era gioia in me, mentre un anno fa ero stato così felice, ma negli occhi della gente quella gioia c’era. Non questa volta.

    Noi italiani siamo ancora persone gioiose. Puoi vedere la gioia negli occhi della ragazza che vende castagne arrostite all’angolo della scuola e sentire il calore del suo sorriso, o trovarla negli occhi della mamma che compra la scatola Lego Atlantis per il suo bambino, o nella coppia d’innamorati che cammina mano nella mano accanto al gazebo della fiera. Osservando le cose semplici che vendono, comprando qualcosa di piccolo solo per portare un pacchettino colorato a casa. C’è gioia, lì. Eppure, oggi ho l’impressione che questa gioia abbia un velo di incertezza. In queste settimane piene di musica per le strade e luci natalizie sulle insegne dei negozi, non posso far altro che vedere che la maggior parte di questi negozi sono mezzi vuoti. Molti camminano in fretta, mani vuote al posto dei regali per bambini e persone care. Volti persi nei pensieri. I giornali sono pieni di notizie su Silvio Berlusconi che combatte con Gianfranco Fini, e poi c’è Mara – “il ministro più bello d’Europa”. Nel frattempo, nella prima pagina, ci sono i risultati dell’ultima partita di calcio tra Napoli e Milano, eppure gli stadi sono ormai quasi vuoti. Sugli stessi giornali non trovi qualcuno che abbia un’idea per fare in modo che la benzina non costi un euro e quarantacinque al litro o per evitare che ti arrivi una bolletta della luce che pesa il trenta per cento in più degli anni passati. Gli italiani hanno un peso, dentro di loro. Ho viaggiato parecchio, e non l’ho visto negli occhi delle persone dei paesi in cui sono stato. Ho visto città e nazioni con grossi problemi (possiamo dire di vivere in paradiso, se proviamo solo per un momento a confrontare la nostra bella Italia della quale spesso parliamo male, con la maggior parte degli altri luoghi), ma ho sempre trovato persone sorridenti. Ne parlavo ieri sera con Mauro, il fotografo da strada: nelle nostre foto, in Italia, non sorridiamo più. I nostri volti sono noiosi.
    Sorrideremo di nuovo. Vedo i giovani e trovo ancora entusiasmo, trovo la volontà di far meglio. Faremo meglio; il nostro è ancora un grande paese. Ma questo Natale, in Italia, mi sembra freddo.

    [questo accadeva nel 2010. Sono passati tredici anni e presto arriverà anche il 6 dicembre 2023. Il sorriso mio ritrovato è rimasto, tutte le cose che ho scoperto fra il 2012 e il 2016, anche se il poterle condividere con chi amavo è durato tanto e troppo poco allo stesso tempo e nel 2016 è finito, mi hanno lasciato dentro tanto. Berlusconi ha chiuso la sua storia e sarà presto dimenticato ed è il destino di tutti, la benzina oggi è a due euro, quasi tre anni di prigionia da Covid ci hanno trasformati e poi è scoppiata una guerra priva di qualsiasi significato che non sia quello dello scontro economico. La necessità di creare un nuovo mercato. Nonostante tutto questo, il sorriso negli occhi dei giovani è rimasto forte. Per la generazione del Boom, e per quelli che vengono subito dopo, a cui abbiamo lasciato una terribile eredità, è rimasto invece tutto come in quel San Nicolò 2010: una moltitudine di facce, tutte prive di nome]

  • e non importa

    e non importa

    E non importa che qualcuno lo derida, perché è quello che succede alle persone stupide quando le cose cambiano e non si riescono a capire. L’importante è solo che si trovi la pace dell’anima.

    [Ebenezer Scrooge – Charles Dickens, A Christmas Carol]

    “Yes! Yes I do! I like Christmas! I love Christmas!”

  • moszkva ter

    moszkva ter

    “[…] Vi è una scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto. Tutto questo avviene dunque come in una recita. […] L’essere che io aspetto non è reale.” [Roland Barthes]


    There is a scenography of waiting: I arrange it, I manipulate it, I cut a piece of time in which I will mimic the loss of the beloved object and will cause all the effects of a small mourning, and this is all the same as in a recital. …] .The being that I expect is not real. “


    [foto: Budapest, Moszkva Ter – street reportage , 2011]
  • gets further by the day

    gets further by the day

    Perché dovremmo scrivere? Per divertirci. Per imparare l’espressione artistica. Per esplorare la funzione e il valore del comunicare scrivendo. Per stimolare l’immaginazione. Per pensare più chiaramente. Per cercare un’identità. Per imparare a leggere e scrivere. Sette ragioni.

    Di fronte a esse, se si ama l’arte, è difficile giustificare una mancanza d’interesse. Chi l’insegna deve certamente fare in modo che sia piacevole, appassionante, con libertà di scegliere soggetto e metodo per trasmettere idee e sensazioni.

    Interrogarsi attivamente su come comunichiamo fa capire meglio noi, il mondo. Più semplicemente: possiamo capire meglio le cose cercando di metterle noi stessi assieme e descrivendole.

    ~

    Why should we write? To have fun. To learn the artistic expression. To explore the function and value of communicating by writing. To stimulate imagination. To think more clearly. To look for an identity. To learn how to read and write. Seven reasons.

    Faced with them, if you love art, it is difficult to justify a lack of interest. Those who teach must certainly make it enjoyable, passionate, with the freedom to choose a subject and a method for transmitting ideas and feelings.

    Actively questioning how we communicate makes us understand the world better. More simply, we can better understand things by trying to put them together and describing them.

  • uno, tutti, nessuno

    uno, tutti, nessuno

    La street photography – o fotografia di strada – è la forma d’arte che racconta al meglio la contemporaneità. Il termine “street” indica un luogo generico segnato dall’attività umana […] La fotografia di strada riproduce attimi di assoluta realtà, ai quali ogni fotografo imprime una propria cifra artistica. […] Spesso questi istanti visivi raccontano più di ciò che mostrano: aspetti inediti della società, attimi di vita vissuta, angoli segreti della Città, contrasti e contraddizioni della modernità, celebrazioni della bellezza o narrazioni del degrado urbano.
    La tecnica della street poggia quasi interamente sull’occhio, sul tempismo e la sensibilità personale dell’autore, che gli permettono di essere lì, nel posto giusto, al momento giusto, per comporre l’inquadratura che restituisce quel fugace frammento di quotidianità. Il fotografo di strada mette in risalto l’inosservato, rende speciale e unica la normalità.
    La fotografia di strada congela in un istante senza fine attimi di assoluta realtà, unici, irripetibili e contrassegnati dal graffio anch’esso unico e irripetibile dell’artista. [“Urban Unveils” – per Urban Photo Awards]


    Street photography is the art form that best describes contemporaneity. The term “street” identifies a generic place marked by human activity […] Street photography reproduces moments of absolute reality, to which each photographer attributes his own artistic figure. […] Often these visual instances tell more than what they show: unpublished aspects of society, moments of lived life, secret angles of the City, contrasts and contradictions of modernity, celebrations of beauty or narratives of urban degradation.
    The technique of the street photography relies almost entirely on the eye, timing and personal sensibility of the author, allowing him to be there, in the right place at the right time, to compose the shot that returns that fleeting fragment of everyday life. The street photographer highlights the unnoticed, makes special and unique the normality.
    The road photography freezes in an instant endless moments of absolute reality, unique, unrepeatable and marked by the artist’s unique and as well unrepeatable scratch.


    [foto: Wien, street reportage, 2015]
  • tenere il cuore lontano da ogni nostalgia

    tenere il cuore lontano da ogni nostalgia

    Aveva smesso di scrivere prima, quella notte. Stava lavorando a una storia – appena terminata nella sua prima stesura, che aveva solo bisogno di essere messa in una forma migliore – che voleva pubblicare presto, forse a febbraio o marzo. Il suo primo lavoro completo. Una cosa importante
    Ma lui aveva altri pensieri e sentimenti, quella notte, nessuna mente per scrivere, e non c’era molto da fare sul progetto, per ora. Così aveva lasciato Sandro, per fare una passeggiata vicino al mare. Il mare era sempre di conforto, per lui era la sua compagnia; il mare parlava calorosamente, il mare era suo amico. Anche quando nero come inchiostro; anche in inverno.
    Pioveva leggermente, dopo le forti piogge del pomeriggio. Camminando lungo il canale, dalla chiesa Chatolic al ponte, salutò James Joyce – solo una statua, ma ora fa parte della famiglia della città – e passò dalla luce giallastra proiettata dalle lampade – modellato in ferro scuro nell’Austria modo – al buio, e alla luce di nuovo. Le barche galleggiavano in silenzio, legate ai loro ormeggi; la marea era alta, le piccole e piatte barche da pesca, ognuna coperta da un telo di diversi colori: blu, rosso, verde e marrone. Uno di quelli, quello con l’ormeggio nero e il motore bianco, era anche la sua barca; per lungo tempo non l’ha usato. Molto tempo non è andato al mare. “Forse la prossima estate”, pensò. ‘Se sono ancora qui’. Si voltò a sinistra, lasciando il ponte, dirigendosi verso le strette vie del centro storico. Il vecchio cuore della città. Una volta, quelle strade erano tristi e sporche, circondate da piccoli negozi, fattorie e case quasi abbandonate. Ora era tutto nuovo di zecca, dopo il progetto di ricostruzione, il vecchio centro era diventato la parte più ricca della città, il cuore degli affari. Ma aveva perso il suo vero cuore, nel processo: quello che era lì, non c’era più. Soldi e nuovi loft con finestre lucenti non possono riacquistare sentimenti, non possono contenere ricordi dentro.
    Proseguì, passando accanto alla libreria, e poi morse oltre, finché non fu sotto il colonnato del Municipio – un piccolo passaggio silenzioso, che si apriva, come un cancello, sulla piazza, proprio di fronte alla fontana. La città maggiore affittava alti pini a novembre; gli operai adesso stavano piantando quegli alberi in vasi grandi e rotondi, pensati per essere una fila di alberi di Natale su entrambi i lati della piazza, con luci e decorazioni. Li accendevano di notte, dal sesto giorno di dicembre al sesto gennaio; metteranno la musica sugli altoparlanti. La piazza era grande, guardava il mare, e così quelle due file di alberi sarebbero sembrate la cornice di un quadro, con il mare al centro, e l’alto marmo bianco del Municipio coronato dalle luci bianche brillanti nella parte posteriore .
    Continuò a camminare, lentamente, poi si sedette accanto alla fontana, lasciando passare il tempo. Non c’era acqua dentro; un solo pensiero gli attraversò la mente – il pensiero che non stesse pensando in realtà a nulla se non il contrasto tra il marmo bianco e l’ombra nera, e che la sua mente era, in quel momento, in grado di vedere tutti i dettagli che non aveva mai guardato.
    Un movimento attirò i suoi occhi. Tra gli alberi di Natale, ora circondati da una luce blu, sedevano un ragazzo e una ragazza. Aveva un cappello di lana e una sciarpa; aveva un portachiavi in ​​mano e stava giocando con quello. Guardarono una gelateria vicino all’angolo, gesticolando, ridendo; poi si alzarono e, baciandosi leggermente, andarono a piedi al negozio, mano nella mano. Li guardò per un lungo momento. Adesso era completamente buio e freddo; una fredda sera di novembre. Subito dopo la pioggia. Ma sentì qualcosa di caldo, dentro di lui.
    La sua mente si allontanò, andò da lei. La musica continuò a suonare. La distanza era nel corpo, non nell’anima. C’era anche una vera distanza nella vita, naturalmente, ma qualcosa gli diceva che non era completamente vero. Poteva sentirla con lui, ed era da lì, che stava arrivando il caldo – il freddo era solo all’esterno, l’amarezza era sparita per sempre. Non è stato facile, no; niente era facile, ma era vero. Non voleva pianificare, non voleva pensare; solo per sentire.

    Il ragazzo e la ragazza si baciarono ancora una volta con il gelato in mano, sorridendo.
    Anche lui ha sorriso.

     

    […]

    He had stopped his writing earlier, that night. He had been working on a story – just finished in its first draft, just needing to be put in a better form – that he wanted to publish soon, maybe in February or March. His first complete work. An important thing.
    But he had other thoughts and feelings, that night, no mind for writing, and there wasn’t much to be done on the draft any further for now. So he had left Sandro, to go for a walk near the sea. The sea was always of comfort, to him, was his company; sea used to speak warmly, sea was his friend. Even when black as ink; even in winter.
    It was raining lightly, after the heavy showers of the afternoon. Walking down the channel, from the Chatolic church to the bridge, he waved at James Joyce – just a statue, but part of the city family now – and he passed from the yellowish light casted by the lamps – fashioned in dark iron in the Austrian way – to the dark, and to the light again. Boats were quietly floating, tied to their moorings; the tide was high, the small and flat fishing boats, every one covered by a tarp in different colors – blue, red, green and brown. One of those, the one with the black mooring and the white engine, was his boat too; long time he didn’t use it. Long time he didn’t go out to the sea. ‘Maybe next Summer’, he tought. ‘If I am still here’.He turned left, leaving the bridge, going towards the narrow streets of the old center. The old heart of the town. Once, those streets used to be grim and dirty, surrounded by small shops and worshops and almost abandoned houses. Now it was all brand new, after the reconstruction project, the old center had become the richest part of the city, the business heart. But it had lost its true heart, in the process: what used to be there, was not there anymore. Money and new lofts with shiny windows can’t buy back feelings, can’t hold memories inside.
    He went on, passing by the bookshop, and then bit further, until he was under the columnate of the City Hall – a small, silent passage, opening, as a gate, on the square, right in front of the fountain. The city major used to rent tall pine trees, in November; workers were now planting those trees in big, round vases, meant to be a line of Christmas trees on both sides of the square, with lights and decorations. They would lit those at night, from the sixth day of December to the sixth of January; they will put music on the speakers. The square was big, looking the sea, and so those two lines of trees would seem the frame of a picture, with the sea at the center, and the high, white marble of the City Hall crowned with the bright white lights in the back.
    He continued to walk, slowly, then he sat down by the fountain, letting time pass by. There was no water inside; a single thought crossed his mind – the thought that he wasn’t really thinking at anything but the contrast between the white marble and the black shadow, and that his mind was, in that moment, able to see all the details that he had never looked upon.
    A movement caught his eyes. Between the Christmas trees, now surrounded by a blue light, a boy and a girl were sitting. She had a woolen hat, and a scarf; he had a keyring in his hand, and was playing with that. They looked at an ice cream shop near the corner, gesturing, laughing; then they stood up and, kissing each other lightly, went walking to the shop, hand in hand.He looked at them for a long moment. It was completely dark now, and cold; a cold evening in November. Just after the rain. But he felt something warm, inside him.
    His mind went distant, went to her. The music continued to play. The distance was in the body, not in the soul. There was a real distance in life too of course, however something was telling him that it was not fully true. He could feel her with him, and it was from there, that the warm was coming – the cold was only on the outside, bitterness was gone forever. It was not easy, no; nothing was easy, but it was true. He didn’t want to plan, he didn’t want to think; only to feel.

    The boy and the girl kissed once more with the ice cream in hand, smiling.
    He smiled too.

  • europa con frontiere

    europa con frontiere

    “Gli studi di mappatura del genoma umano hanno condotto all’isolamento di nuovi geni coinvolti nel comportamento con una velocità stupefacente. È diventato così sempre più evidente che i geni permettono la vita ma non la determinano. Tuttavia, anche se la genetica ci informa sui meccanismi della vita, essa non cancella la nostra essenza profonda di essere umani e cioè la nostra specifica capacità di riflettere sulle cose, di valutarle e di compiere scelte.”

    [Treccani – Genetica del comportamento]

    “Human genome mapping studies have led to the isolation of new genes involved in behavior at an astonishing rate. It has become more and more evident that genes allow life but do not determine it. However, even if genetics informs us about the mechanisms of life, it does not cancel our profound essence of being human and that is our specific ability to reflect on things, to evaluate them and make choices.”