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e non importa

E non importa che qualcuno lo derida, perché è quello che succede alle persone stupide quando le cose cambiano e non si riescono a capire. L’importante è solo che si trovi la pace dell’anima.

[Ebenezer Scrooge – Charles Dickens, A Christmas Carol]

“Yes! Yes I do! I like Christmas! I love Christmas!”

moszkva ter

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“[…] Vi è una scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto. Tutto questo avviene dunque come in una recita. […] L’essere che io aspetto non è reale.” [Roland Barthes]


There is a scenography of waiting: I arrange it, I manipulate it, I cut a piece of time in which I will mimic the loss of the beloved object and will cause all the effects of a small mourning, and this is all the same as in a recital. …] .The being that I expect is not real. “


[foto: Budapest, Moszkva Ter – street reportage , 2011]

le passioni mediocri

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“L’assenza attenua le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne le candele e ravviva l’incendio.”

[Francois de La Rochefoucauld]

“L’absence diminue les médiocres passions, et augmente les grandes, comme le vent éteint les bougies, et allume le feu.”

red is the color of

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Esiste per me un «valore superiore»: il mio amore. Io non mi dico mai: «A che pro?» Non sono nichilista. Non mi chiedo mai qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei «perché»; ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami? Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: «Perché non mi hai amato? »; o anche: «O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? Heine: Warum verliessest du mich? »

(“Frammenti di un discorso amoroso”)

There is an “higher value” for me: my love. I never tell to myself: “What for?” I’m not a nihilist. I never wonder what the purpose is. In my monotonic discourse there are never “why”; there is only one, always the same: but why do not you love me? How can this love not love what love makes perfect (this love which gives so much, which makes you happy)? A question whose insistence survives the loving adventure: “Why did not you love me? »; or even: “Oh, tell me, my delightful love of my heart, why did you abandon me? Heine: Warum verliessest du mich? »

never cried to them

‘Che cosa ho da perdere, ora che ho perso la Ragione della mia vita – la Ragione d’avere paura per qualcuno.’

‘Amore e dolore quando sono presenti sono uno stato eterno. Semplicemente sono. Si possono abitare. E possono accompagnarsi alla presenza dell’assenza. All’indomani della morte della madre, Roland Barthes inizia un diario. Racconta, vuole raccontare, prova a dire il suo dolore. Gli psicoanalisti dicono che per elaborare la perdita occorrono all’incirca diciotto mesi; Barthes tiene il suo diario per quasi due anni. 1977.’

‘What I have to lose now that I’ve lost the Reason of my Life – the Reason to be afraid of someone.’

‘Love and sorrow when they are present are an eternal state. They just: are. You can live them. And they can be accompanied by the presence of absence. Next to the death of her mother, Roland Barthes begins a diary. He tells, he wants to tell, try to talk about his pain. Psychoanalysts say that it takes about eighteen months to process the loss; Barthes holds his diary for almost two years. 1977. ‘

desaturato

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“Nell’ambito della realtà le cui condizioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso.” [Heisenberg] [fisica e filosofia]


“I tried to put it this way in a talk which I had to give after the death of Max Born. I compared my three teachers which I have had, that was Sommerfeld, and Max Born, and Niels Bohr. And I would say: Sommerfeld he was most interested in solving problems which you could compare with experiments. He did not mind the concepts — I mean, the concepts somehow had to be all right, but he was not too much interested. And also he was not too much upset about contradictions, as in old quantum theory, there were contradictions. He wanted to do calculations and to get all correct results. And then there was Max Born who believed strongly in the existence of rigorous mathematical schemes. He was very much a mathematician, but he was not a one philosopher. He was interested…he always suggested that I must find the theory in quantum mechanics which replaces Newton’s mechanics, but he did not see that in order to do that you have to derive or to apply new concepts.

And, finally, Bohr, he was a philosopher who looked for the concepts. And he said, well, first we must have our concepts right — that means actually we have to make our mind clear, and before we can do that we have no chance really to solve the problems.” [Werner Heisenberg]


[foto: ritratto in studio, colore desaturato, Eleonora, 2017]

 

epoque

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“Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto.
Ciò che desidero, è che tutto sia circolare e che non ci sia, per così dire, né inizio né fine nella forma, ma che essa dia, invece, l’idea di un insieme armonioso, quello della vita.
Se qualcosa parla in te per dirti non sei pittore, ebbene in questo caso vecchio mio: dipingi! E questa voce tacerà. Ma tacerà solo se tu dipingi. Ti possono essere amici solo coloro che lottano contro queste stesse preoccupazioni, coloro che con l’esempio della loro attività, esaltano l’attività che c’è dentro di te.”

[Vincent Van Gogh]

“I always do what I can not do to learn how to do it. What I want is everything to be circular and that there is, so to speak, neither beginning nor ending in form, but that it gives the idea of ​​a harmonious set, that of life. If something speaks to you to say you are not a painter, then in this case, old man: paint it! And this voice will be silent. But it will only silence if you are painting. You can only be friends with those who are struggling with these same worries, those who, with the example of their activity, exalt the activity that is within you.”

 

gets further by the day

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Perché dovremmo scrivere? Per divertirci. Per imparare l’espressione artistica. Per esplorare la funzione e il valore del comunicare scrivendo. Per stimolare l’immaginazione. Per pensare più chiaramente. Per cercare un’identità. Per imparare a leggere e scrivere. Sette ragioni.

Di fronte a esse, se si ama l’arte, è difficile giustificare una mancanza d’interesse. Chi l’insegna deve certamente fare in modo che sia piacevole, appassionante, con libertà di scegliere soggetto e metodo per trasmettere idee e sensazioni.

Interrogarsi attivamente su come comunichiamo fa capire meglio noi, il mondo. Più semplicemente: possiamo capire meglio le cose cercando di metterle noi stessi assieme e descrivendole.

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Why should we write? To have fun. To learn the artistic expression. To explore the function and value of communicating by writing. To stimulate imagination. To think more clearly. To look for an identity. To learn how to read and write. Seven reasons.

Faced with them, if you love art, it is difficult to justify a lack of interest. Those who teach must certainly make it enjoyable, passionate, with the freedom to choose a subject and a method for transmitting ideas and feelings.

Actively questioning how we communicate makes us understand the world better. More simply, we can better understand things by trying to put them together and describing them.

immaginando

In cima alla collina, non lontano dal grande arco di marmo e dai centri commerciali, la strada si piegava a sinistra, e di nuovo in discesa, e c’era un incrocio con un’altra strada – una stretta, in discesa ma dall’altra parte , ad ovest della città e della città residenziale. Quindi, quella collina era in realtà la più alta di tutta la città, e lì – tra i palazzi e le porte ad arco costruite nello stile del primo Settecento – con i loro cancelli di ferro neri e alti e le grandi lampade che ricordavano le lampade a gas del passato, proprio all’ingresso di Palazzo Ducale, c’era una fontana. Era un monumento, un anello d’acqua; l’acqua scintillava dal livello del suolo, saliva a tre metri e poi cadeva, in un gioco di luce. Studenti e persone erano seduti davanti alla fontana, sui gradini di pietra di Palazzo Ducale; guardare l’acqua, chattare e scattare foto. Dal cancello principale, avresti camminato all’interno, fino alle gallerie d’arte, o giù per un’altra scala di pietra nelle vicinanze, fino all’ingresso laterale.
Laura entrò, attratta dalle pacifiche sale e dalle ombre fresche.
Dopo il lavoro, è stato meraviglioso passeggiare per la città, nel caldissimo tramonto, senza fretta. Dopo la lunga camminata, ora faceva caldo, e desiderava quella freschezza. Guardò la mostra d’arte pubblicizzata – l’arte moderna, di qualche tipo, dalla Germania, e qualcos’altro da Renzo Piano, l’architetto … tutto ciò era interessante per lei, ma non in quel momento. Voleva che la sua mente fosse completamente libera e si rilassasse, dimenticasse tutto, non immergersi in alcuna considerazione dell’arte moderna sulla Sfera di Renzo Piano nel porto o in qualsiasi prospettiva architettonica. Quindi prese la scala laterale e si fermò per un cappuccino al caffè di Palazzo. Cappuccino lungo e dolce, con gelato alla vaniglia e panna … il miglior momento della sua giornata.
Poi, dopo essersi seduto per un po ‘al bar a guardare le persone, pagò il Cappuccino e andò a camminare in discesa, dalla piazza della fontana, verso il porto. Passarono altri dieci minuti, lo sapeva già dal giorno prima – sul vecchio marciapiede della città, vicino agli stretti vicoli del ghetto ebraico – lasciando il Palazzo Ducale sulla destra. I piccoli negozi stavano chiudendo, i bar di musica si stavano aprendo. Un giovane mendicante stava vendendo vecchi libri ai passerbys, una donna stava incombendo sull’angolo del vicolo. Contrasti di luce e oscurità, di poveri e ricchi – bianco e nero, come il marmo sulla facciata della chiesa. La chiesa – il Duomo, così Laura fu raccontata da Maurizio in precedenza in ufficio, quando stava chiedendo della città – fu risparmiata dal bombardamento della Seconda Guerra Mondiale con una specie di miracolo. Una pesante bomba di un bombardiere alleato aveva colpito il campanile nel 1944, facendo crollare parte delle mura dalla forza dell’impatto; ma la campana stessa era rimasta ferma – come se fosse stata fissata al cielo – e la bomba non esplose, per essere poi recuperata e disarmata, da volontari coraggiosi.
Ora che il sole stava tramontando. Non era più così caldo; sentì la brezza del mare sulla sua pelle, e rabbrividì per un momento, avvolgendosi nuovamente nello sgabello. Il cambio della stagione, da Inverno a Primavera, significava sole caldo a pranzo e nel pomeriggio, a Genova; e freddo di notte.
Laura si fermò davanti a una vetrina, guardandosi dentro. Le piacevano i colori. Quella non era una primavera con i colori però, non ancora almeno … la maggior parte della moda era su gonne blu e nere, o forse marrone. E leggings, anche per la primavera, tutti i leggings di quell’anno. Ma quel vestito nel negozio era bello. Stivali al ginocchio in tonalità marrone chiaro, quasi sabbia, in tessuto di velluto e fibbia alla caviglia. Tacchi quadrati, stretti in basso ma non troppo, e una striscia di pelle più scura appena sotto il ginocchio, chiusa sul retro da un’altra bella fibbia. E una gonna – un po ‘corta, ma non troppo, e comunque, i leggings avrebbero permesso di vestirla anche sul lavoro, senza essere troppo audace … – e una giacca con gli stessi colori, indossata sopra una camicetta di seta verde sul manichino. La moda italiana … così bella.
E il prezzo è così alto.
La prossima volta. In questo momento stava risparmiando per una nuova auto – nessuna moda italiana per l’anno. Un peccato. Forse, comunque … meglio andarsene – sapeva dei suoi impulsi e del modo in cui lasciavano il suo conto in banca piangendo.
Si voltò improvvisamente e scese.
L’uomo con l’ombrello lo chiuse e andò alla porta di un negozio, armeggiando con la maniglia e lasciando cadere la rivista che stava tenendo in mano. Il negozio era chiuso. La rivista cadde in una pozza d’acqua, ma l’uomo la lasciò lì, senza lamentarsi, e se ne andò.
Strano.
“Non l’ha notato?”
Pensava che l’uomo avesse una faccia conosciuta; ma lei non riusciva a ricordare. Forse qualcuno dal lavoro; o dall’hotel.
Ora pioveva, leggermente; l’hotel non era troppo lontano, una quindicina di minuti, eppure non si sentiva troppo felice all’idea di camminare sotto quella pioggia per più tempo. Laura cercò un taxi; nessuno era disponibile lì, ovviamente – Era una zona senza traffico. La strada era ampia e senza riparo dalla pioggia, ma i vicoli avevano archi e erano coperti, così girò uno di quei vicoli. Non era certo la parte migliore della città, lo capì subito. Quel vicolo non era pulito, le porte delle case non erano ben tenute, e c’erano … beh c’erano piccole stanze al livello della strada, con un piccolo ingresso e una specie di finestra da cui poteva vedere un piccolo letto gemello e alcune decorazioni Con un segno “libero” o “occupato” in quella finestra. Le donne bramavano gli ingressi, alcuni erano chiusi. Capì immediatamente che quelle stanze erano, e passando accanto si costrinse a mantenere un’espressione indifferente. Non che il pensiero su ciò che aveva appena visto fosse sorprendente, o troppo strano – era ovunque, in tutte le città … non una sorpresa per nessuno, no – ma non immaginava che avrebbe trovato delle stanze pubbliche aperte in strada livello, in una città del genere, a pochi passi dalla chiesa. I passi delle persone che camminavano lungo il vicolo dietro di lei echeggiavano rumorosamente – il vicolo era stretto ora, e gli edifici del Ghetto erano alti e vicini l’uno all’altro. Quell’eco la rendeva nervosa; per un momento, pensò di tornare sulla strada principale, non badando più alla pioggia, ma ora era più fuori dal vicolo che in – così lei andò più veloce. Quasi fuori, l’uscita era lì, e Laura poteva già vedere le barche a vela e la piazza nella parte anteriore del mare. ‘Farinata di ceci per cena’. Era quello che desiderava. Davanti all’uscita del vicolo, qualcuno l’afferrò per un braccio. Ad un tratto; tirandola nell’ombra, e inaspettatamente.

[…]

At the top of the hill, not far from the great marble arch and the shopping malls, the road bent left, and downhill again, and there was a traffic junction with another street – a narrow one, going downhill too but from the other side, to the west of the city and the residential town. So, that hill was actually the highest of the whole city, and there – between the palaces and the arched gateways built in the early Eighteenth Century style – with their black and tall iron gates, and the big lamps that resembled the gaslight lamps of the past, just at the front entrance of Palazzo Ducale, there was a fountain. It was a monument, a ring of water; water was sparkling from ground level, going three meters high, and then falling down, in a game of light. Students and people were sitting in front of the fountain, on the stone steps of Palazzo Ducale; looking at the water, chatting and taking pictures. From the front gate, you would walk inside, to the art galleries, or down to another stone staircase nearby, to the side entrance.
Laura went in, attracted by the peaceful halls, and the fresh shadows.
After work, it had been wonderful to stroll by the city, in the warm sunset, without any hurry. After the long walk, it was hot now, however, and she longed for that freshness. She looked at the advertised art exhibition – modern art, of some kind, from Germany, and something else from Renzo Piano, the architect … everything of that was interesting for her, but not in that moment. She wanted her mind to be completely free and just relax, to forget everything, not to immerse into any modern art consideration about the Sphere of Renzo Piano in the harbour or any architetural perspective. So she took the side staircase, and stopped for a Cappuccino at Palazzo’s cafè. Long and sweet Cappuccino, with vanilla ice cream, and panna … the best moment of her day.
Then, after sitting for a while in the cafè looking at people, she paid the Cappuccino, and went walking downhill, from the square of the fountain, towards the harbour. It was another ten minutes walk, she knew already from the day before – on the old pavement of the city, near the narrow alleys of the jewish Ghetto – leaving the Palazzo Ducale on the right. Small shops were closing down, music bars were opening up. A young beggar was selling old books to the passerbys, a woman was looming on the alley corner. Contrasts of light and darkness, of poor and rich – black and white, as the marble on the facade of the church. The church – the Duomo, so Laura was told by Maurizio earlier at the office, when she was asking about the city – was spared from the bombing of the World War Two by some kind of miracle. An heavy bomb from an Allied bomber had hit the bell tower in 1944, causing part of the walls to crumble down by the force of the impact; but the bell itself had remained steady – like it had been fixed to the sky – and the bomb didn’t explode, to be recovered and disarmed later, by courageous volunteers.
Now that the sun was setting down. It was not so warm anymore; she felt the breeze from the sea on her skin, and she shivered for a moment, wrapping herself up again in her stool. Changing of the season, from Winter to Spring, meant warm sun at lunch time and in the afternoon, in Genova; and cold at night.
Laura stopped by a shop window, looking inside. She liked colors. That wasn’t a Spring with colors though, not yet at least … most of the fashion was on blue and black, or maybe brown skirts. And leggings, for the Spring too, all leggings that year. But that dress in the shop was a nice one. Knee-high boots in light brown, almost sandy tone, in some velvet fabric, and with a buckle at the ankle. Square heels, narrowing at the bottom but not too much, and a stripe of darker leather just under the knee, closed at the rear by another nice buckle. And a skirt – a bit short, but not too much, and anyway, leggings would allow to dress it at work too, without being too daring … – and a jacket in the same colors, worn over a green silk blouse on the mannequin. Italian fashion … so nice.
And price so high.
Next time. Right now she was saving up for a new car – no Italian fashion for the year. A pity. Maybe, anyway … better to walk away – she knew about her impulses, and the way they left her bank account crying.
She turned, suddenly, and walked down.
The man with the umbrella closed it, and went to a shop door, fumbling with the handle and dropping the magazine he was carrying in hand. The shop was closed. The magazine fell into a water puddle, but the man left it there, without complain, and went away.
Strange.
‘Didn’t he notice?’
She thought that the man had a known face; but she couldn’t remember. Maybe someone from work; or from the hotel.
Now it was raining, lightly; the hotel was not too far, fifteen minutes or so, yet she wasn’t feeling too happy at the idea to walk under that rain for more time. Laura looked for a taxi; none was available there, of course – it was a no-traffic area. The avenue was broad and with no shelter from the rain, but the alleys had arches and were covered, so she turned down one of those alleys.
It was not the best part of the town for sure, she realized it at once. Those alley weren’t clean, doors to the houses were not well maintained, and there were … well there were small rooms at the street level, with a small entrance and kind of a window from which she could see a small twin bed and some decorations. With a ‘free’ or ‘busy’ sign on that window. Women were longing on the entrances, some was closed. She realized immediately what those rooms were, and passing by she forced herself to keep an indifferent expression. Not that the thought about what she had just seen was surprising, or too weird – it was everywhere, in all cities … not a surprise for anyone, no – but she didn’t imagine that she would found open public rooms at street level, in such a city, at few steps from the church.
Footsteps of the people that was walking down the alley behind her echoed loudly – the alley was narrow now, and the buildings of the Ghetto were tall and close one to another. That echo made her nervous; for a moment, she thought about turning back to the main road, not minding the rain anymore, but she was now more out of the alley than in – so she just go faster. Almost out, the exit was there, and Laura could see the sailing boats and the square in the front of the sea already. ‘Farinata di ceci for dinner’ . That was she desired.
Right before the alley exit, someone grabbed her arm. Suddenly; pulling her in the shadows, and unexpectedly.

uno, tutti, nessuno

La street photography – o fotografia di strada – è la forma d’arte che racconta al meglio la contemporaneità. Il termine “street” indica un luogo generico segnato dall’attività umana […] La fotografia di strada riproduce attimi di assoluta realtà, ai quali ogni fotografo imprime una propria cifra artistica. […] Spesso questi istanti visivi raccontano più di ciò che mostrano: aspetti inediti della società, attimi di vita vissuta, angoli segreti della Città, contrasti e contraddizioni della modernità, celebrazioni della bellezza o narrazioni del degrado urbano.
La tecnica della street poggia quasi interamente sull’occhio, sul tempismo e la sensibilità personale dell’autore, che gli permettono di essere lì, nel posto giusto, al momento giusto, per comporre l’inquadratura che restituisce quel fugace frammento di quotidianità. Il fotografo di strada mette in risalto l’inosservato, rende speciale e unica la normalità.
La fotografia di strada congela in un istante senza fine attimi di assoluta realtà, unici, irripetibili e contrassegnati dal graffio anch’esso unico e irripetibile dell’artista. [“Urban Unveils” – per Urban Photo Awards]


Street photography is the art form that best describes contemporaneity. The term “street” identifies a generic place marked by human activity […] Street photography reproduces moments of absolute reality, to which each photographer attributes his own artistic figure. […] Often these visual instances tell more than what they show: unpublished aspects of society, moments of lived life, secret angles of the City, contrasts and contradictions of modernity, celebrations of beauty or narratives of urban degradation.
The technique of the street photography relies almost entirely on the eye, timing and personal sensibility of the author, allowing him to be there, in the right place at the right time, to compose the shot that returns that fleeting fragment of everyday life. The street photographer highlights the unnoticed, makes special and unique the normality.
The road photography freezes in an instant endless moments of absolute reality, unique, unrepeatable and marked by the artist’s unique and as well unrepeatable scratch.


[foto: Wien, street reportage, 2015]